Anime inquiete di Manuela Saliola

Parte I

 

Anche in quella rigida mattina di novembre mi ritrovavo sul mio motorino, direzione università, dieci chilometri nel traffico romano, con le storiche strade a toppe e sampietrini, che noi motociclisti tanto amiamo. L’aria era fredda e il traffico intenso, la mia mente vagava agli impegni della giornata: lezione di analisi II a Gramsci, fisica tecnica a Flaminia, e infine revisione di restauro a Fontanella Borghese; tutti incastri perfetti, possibili solo grazie a PEO, il mio indispensabile motorino, in modo che, per l’ora di pranzo, sarei stata finalmente libera di andare a trovarlo.

Era un mese o poco più che tutti i giorni facevo avanti e indietro dal Policlinico Umberto I, dove era ricoverato, dapprima nella speranza che presto lo avrei potuto riavere nella mia vita, poi nella consapevolezza che i suoi giorni si sarebbero conclusi in quella triste e fredda stanza di ospedale, senza che io potessi far nulla per cambiare le cose. Non era un bel periodo per me, non ci si può rassegnare a perdere una persona che si ama. Pregavo tanto nella speranza che un miracolo potesse estirpargli quel male dal corpo, restituendomelo in tutto il suo vigore, ma vedevo che di giorno in giorno la sua salute peggiorava.

In un battibaleno all’ora di pranzo ero lì con lui, e questo mi rendeva felice, perché sapevo che mi stava aspettando: si illuminava vedendomi entrare nella stanza. Era un orario in cui nessuno andava a trovarlo, e potevo averlo tutto per me. Al mio arrivo lui subito mi sorrideva, e io correvo ad abbracciarlo.

«Come ti senti oggi, nonno?».

«Bene, tesoro, mai stato meglio!».

 

Un giorno venne a trovarlo una sua cugina suora che non vedevamo da tanto, ma alla quale lui era molto affezionato; la vidi arrivare lungo il corridoio, le andai incontro spingendo nonno sulla sedia a rotelle, lei mi vide e mi sorrise, poi abbassò lo guardò e fece una espressione che mi trafisse il cuore: non lo aveva riconosciuto, così magro e scavato in viso, pallido come un lenzuolo. Le feci segno, e lei, comprensibilmente sconvolta dalla sua vista, cercò di far finta di nulla e gli si avvicinò salutandolo. Io mi allontanai da loro lasciandoli chiacchierare da soli; avevo bisogno di riprendere fiato, e uscii in quello che sembrava essere un piccolo giardino, anche se ormai spoglio e invaso da motorini e biciclette.

Mi sedetti sull’unica e solitaria panchina che trovai libera, mi portai le ginocchia al mento chiudendomi a riccio e iniziai a piangere in silenzio, senza riuscire a smettere. Non mi ero resa   conto dell’enorme cambiamento fisico del nonno fino a quel momento, ma l’incontro di pochi minuti prima mi aveva riportato all’amara realtà.

«Tutto bene, signorina?» mi sentii domandare alle mie spalle. Alzai il viso e, asciugando una lacrima con la mano, vidi un giovane uomo, con la barba incolta di qualche giorno e il viso gentile, in camice bianco, che mi guardava preoccupato. Probabilmente un medico.

«Non direi proprio» risposi con un filo di voce, tirando su col naso.

Senza aggiungere altro mi si sedette accanto e mi porse un bicchiere di carta.

«Lo prenda, è tè del distributore, non è un granché, ma le farà bene».

Riuscii solo con quell’estraneo a parlare di quello che stavo vivendo in quel periodo. Lui mi ascoltò in silenzio, poi mi disse, prima di congedarsi:

«Con il mio lavoro, sono quotidianamente a stretto contatto con la morte: all’inizio la si teme, fa paura, ma poi ci si abitua e la si impara a rispettare, perché si acquisisce la consapevolezza che è solo una fase di passaggio dell’essere umano. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Il corpo diventa polvere, ma dello spirito sono certo che qualcosa resta».

«Crede ci sia una vita dopo la morte?» chiesi, un po’ dubbiosa.

 

«Credo che ci sono moltissime cose che la scienza non è in grado di spiegare…». Così dicendo, sorrise, mi diede un buffetto sulla guancia e mi salutò.

Guardai verso la camera di mio nonno, poi tornai con lo sguardo nella sua direzione e lo vidi entrare nella clinica di cardiochirurgia, al suo fianco una dottoressa, anche lei in camice bianco e con i capelli di un bianco candido raccolti in una pesante cipolla dietro la nuca; aveva una mano posata sulla sua spalla.

Non c’eravamo neanche presentati, ma il cuore mi diceva che prima o poi lo avrei rivisto.

 

Quella stessa sera, a cena con i miei familiari, sentii la nonna che diceva di aver trovato il nonno molto giù di morale, tanto che aveva chiesto di essere riportato a casa a morire; evidentemente l’incontro della mattina avuto con la cugina suora aveva aperto gli occhi anche a lui sulle sue reali condizioni.

Proposi di assumere una infermiera che potesse occuparsi del nonno a casa, ma la nonna si oppose facendone una questione di denaro. La risposta della nonna, che non mi aspettavo, e la mancata presa di posizione di mio padre, furono per me una pugnalata: mai mi sarei aspettata che la mia famiglia non esaudisse l’ultimo desiderio di una persona cara in fin di vita, lasciando che si spegnesse in una squallida camera di ospedale, lontano da tutti i suoi affetti, dalle sue tele e dai suoi colori.

Mio nonno morì dieci giorni dopo. Piansi tutte le mie lacrime, e mi si aprì una voragine nel cuore che mi sembrò incolmabile; ce l’avevo con tutti quelli che mi circondavano, con mia nonna che non lo aveva riportato a casa, con mio padre che non si era opposto a quella che a me sembrava una mostruosità, con il resto del mondo perché non poteva capire il mio dolore.

 

Qualche mese dopo la sua morte, era il ventitré giugno, tornando dall’università, mentre percorrevo il Muro Torto, improvvisamente, in una delle tante gallerie, sentii chiara e limpida la sua voce nella mia testa: Lellè, rallenta subito e accosta! Così feci, come se fosse la cosa più naturale del mondo sentire la voce del mio defunto nonno che mi parlava; con calma e freddezza rallentai e mi accostai a un sottopasso.

Un istante dopo, dietro di me sfrecciò una macchina ad alta velocità, che mi superò sbandando nella mia direzione, inseguita da una volante della polizia. Se non mi fossi accostata, di certo mi avrebbe travolta.

Ebbi in quel momento la consapevolezza che il nostro legame non si era spezzato con la sua morte.

Ci vollero però ancora molti mesi prima che riuscissi a riappacificarmi con il resto del mondo e con la mia famiglia. Ricordo che mancavano solo due giorni alla Pasqua, e di notte feci un sogno…

 

Sono all’aperto, e c’è tanta gente intorno a me, composta, in fila, come un numeroso gregge di pecore ordinato. Avverto un gran caldo che mi infastidisce, la giornata è molto assolata e non c’è un riparo all’ombra, l’aria sembra ferma, non un tiepido spiraglio di vento che mi permetta di scrollarmi quel fastidio che sento sempre più prepotente. Inizio a sudare e mi dolgono i piedi; sono costretta, mio malgrado, a seguire quelle persone su un terreno ciottoloso, incerto, che mi fa barcollare di tanto in tanto. Unica nota positiva è il profumo di mimose che invade l’aria e la rende meno afosa e pesante, nonché le campane di sottofondo che suonano a festa, accompagnando  quella che sembra ormai chiaro essere una processione.

Non capisco dove mi trovo: sono in aperta campagna, e vedo una piccola costruzione in lontananza, dove la gente si sta dirigendo; sono in fila dietro a molti e seguo in silenzio, mi precede un’alta figura vestita con un saio bianco e un cappuccio tirato sul capo; ha grandi spalle, oltre le quali non riesco a vedere.

All’ultimo rintocco delle campane, inizia la funzione religiosa all’aperto, e qualcuno, indistinto e lontano, comincia a parlare alla folla radunata, che si ammutolisce. In quel preciso istante la persona davanti a me si volta e si cala sulle spalle il cappuccio che ne copre parzialmente il volto.

 

La folla intorno a me svanisce come d’incanto, e mi ritrovo da sola con lui, rapita dall’immagine bellissima del volto sorridente di mio nonno, non più segnato dalla malattia: è lui come volevo ricordarlo, il viso tondo e colorito, i suoi grandi occhi verdi di nuovo sereni e felici. Gli sorrido raggiante, e istintivamente alzo le mani per toccarlo, lui le stringe tra le sue: sono calde, piene e rassicuranti come nel mio ricordo. Mi guarda negli occhi, in quel suo modo speciale, e mi dice, ancor prima che io possa aprire bocca: «Tesoro di nonno tuo, non disperarti, gioisci con me: io sto bene e sono molto felice qui dove mi trovo!».

 

Mi svegliai in preda alle lacrime: non sapevo in quel preciso istante cosa mi fosse successo, il cuore mi batteva forte in petto. Era la prima volta che un sogno mi faceva piangere e che ne ricordavo i dettagli con tanta chiarezza al risveglio; la cosa mi stordì, non ne capivo la ragione.

 

Venne il giorno di Pasqua, non lo volli passare in famiglia, ma in campagna con i genitori del mio ragazzo. Non ero di buon umore: era una festa che nonno adorava, e non essere con i miei parenti, anche se per mia scelta, mi metteva in uno strano stato d’animo.

Erano le undici di mattina quando tutta la famiglia, inaspettatamente, si preparò per andare a messa nella chiesetta che da poco era stata inaugurata, e io mal volentieri fui costretta ad andare con loro.

Faceva un caldo infernale, e la strada in terra battuta mi faceva barcollare di tanto in tanto. Mentre il fastidio cresceva, vidi tanta gente in processione davanti a me, e ai lati della strada basse siepi di mimose in fiore e una piccola costruzione in fondo, che quasi si faceva fatica a scorgere, si vedeva solo il piccolo campanile, che iniziò a suonare. Mi ci volle un po’ per mettere a fuoco quello che stava accadendo, ero frastornata: tanta gente sotto il sole, le campane, la cerimonia celebrata all’aperto, anche gli odori, era tutto tremendamente uguale al mio sogno!

Quando finalmente realizzai e capii quello che stava accadendo e perché, piansi tutto il tempo della funzione. Ebbi in quel momento la conferma che nonno stava bene, aveva voluto dirmelo lui stesso, e io dovevo accettare la sua perdita e tornare ad essere serena, come mi aveva chiesto lui.

Da quel giorno un grande macigno mi si sollevò dal cuore, e per quanto lui mi mancasse, la rabbia e il dolore sordo mi abbandonarono, lasciando il posto alla gratitudine per averlo avuto nella mia vita e alla tenerezza dei ricordi che mi aveva lasciato. Con questa nuova consapevolezza e positività mi riavvicinai anche agli affetti che avevo allontanato da me .

 

Finalmente il giorno della laurea. Le persone a me più care erano lì con me, ne mancava solo una.

“Viviani Daniela, prego!” si sentì all’improvviso tuonare nell’aula magna.

Mi avvicinai alla commissione, composta da non so quanti professori, e il mio relatore carinamente introdusse il tema della mia tesi al gruppo, e così, guidata da lui, iniziai a spiegare il mio lavoro. Non so per quanto parlai, ma alla fine ero molto soddisfatta e lo era anche il mio professore, che mi fece un cenno di approvazione.

Esaminato anche l’ultimo candidato, fummo allontanati dall’aula magna per dare modo alla commissione di riunirsi e decidere le votazioni. Dopo mezz’ora rientrammo, ci fecero avvicinare alla grande cattedra chiamandoci ad uno ad uno ad alta voce.

“Complimenti, dottoressa Viviani! 108!”. Sentii cedere le gambe dall’emozione, a stento riuscii ad allungare la mano per stringerla al mio relatore, che me la porgeva con un sorriso soddisfatto.

Ero finalmente un architetto! Non riuscivo a crederci, ero a dir poco euforica, e abbracciai i miei genitori e mia nonna con le lacrime agli occhi: fu la sensazione più forte, eccitante e liberatoria  della mia vita.

Tornando a casa, passammo davanti al Verano, e nella mia testa risuonò di nuovo la sua voce nitida e sarcastica: Certo che potevano darti 110, che voto è 108?!

Mia nonna quello stesso giorno mi regalò un quadro dipinto da mio nonno al quale tenevo moltissimo; amavo tutti i suoi quadri, ma quello in particolar modo, perché era un suo autoritratto e

 

perché era l’ultimo che aveva realizzato. Non aveva mai amato dipingere persone o volti, preferiva di gran lunga nature morte e paesaggi, ma in quell’ultima opera si era raffigurato da giovane in tenuta da tranviere mentre dipingeva su una grande tela me, a mezzo busto con i miei pennelli nella mano destra, e alle sue spalle un quadro con un bellissimo volto di una donna sconosciuta, dai capelli biondi mossi e dai grandi occhi verdi.

Ringraziai commossa mia nonna e le chiesi: «Sai chi è la donna del ritratto?».

«Credo si chiamasse Esther, se ne innamorò che era poco più che un ragazzo, aveva diciotto anni appena, e la storia durò meno di un anno, ma credo lo abbia segnato profondamente…».

«Perché dici questo?».

«Non mi parlò mai di lei, ma quando seppe, pochi mesi prima di ammalarsi, che era morta l’estate precedente, dipinse questo quadro. Fu allora che me ne parlò per la prima volta, ma lo fece con una tale malinconia negli occhi, che mi dissero molto più di quanto riuscirono le sue parole».

 

 

 

Parte II

 

Alla soglia dei quarant’anni, non so perché, ma si avverte il bisogno di fare il bilancio della propria vita: sogni realizzati, sogni che non si avvereranno mai, sconfitte, amori, rimpianti e tanto altro che inevitabilmente immalinconisce, perché ci si rende conto che i progetti e le aspirazioni giovanili non si sono realizzati, e questo fa piombare in uno stato di totale apatia, come se nulla d’ora in avanti si potesse più sperare riguardo ai sogni coltivati quando si era giovani e temerari.

Avevo raggiunto pochi traguardi, ma in compenso le sconfitte erano molte. Una fra tutte, la più pesante della mia vita, era stata il divorzio. Ci eravamo conosciuti poco più che adolescenti, ma eravamo cresciuti insieme con ambizioni, priorità e ideali completamente diversi l’uno dall’altra, diventando a poco a poco due estranei.

C’erano voluti sei mesi per definire le modalità della separazione, e avevo voluto evitare con  tutta me stessa una guerra giudiziaria nella quale anche i miei ragazzi sarebbero stati arruolati loro malgrado, per cui avevo deciso che l’unico modo era quello di essere GENTILE. Gli avevo lasciato la casa coniugale lasciando che il giudice stabilisse l’ammontare degli alimenti per i figli, che  sarebbero rimasti con me.

 

Non fu un periodo facile per tutti noi, devastati da quei mesi di lotta interna; riuscivamo per fortuna a trovare conforto solo a casa dei miei genitori, nella quale ci eravamo trasferiti momentaneamente nell’attesa di trovare una casa in affitto.

Una sera, a cena, mio padre mi annunciò che l’anziano dirimpettaio era morto e che aveva contattato l’unico nipote per chiedere se era intenzionato a vendere. Aveva già contrattato il prezzo e fatto un preliminare di acquisto, e aggiunse che quella casa sarebbe stata perfetta per me e i bambini; voleva vedermi serena e di nuovo felice come quando ero ragazza, e il primo passo era una casa tutta nostra.

Mi gettai tra le sue braccia e piansi felice, avvolta dal suo rassicurante abbraccio.

 

Fortunatamente la ristrutturazione della mia nuova casa assorbiva ogni mia energia e mi ricaricava di rinnovata fiducia: doveva essere perfetta per me e per i miei figli.

Il giorno finalmente arrivò: quando spalancai l’uscio di casa, i bambini corsero dentro eccitati, i miei rimasero solo qualche passo indietro, ma erano visibilmente felici e commossi.

Sentii urlare il piccolo: «Venite a vedere la mia cameretta! Mamma, è bellissima!». Il grande uscì dalla sua camera e mi abbracciò senza dire nulla.

Ero finalmente felice e serena dopo mesi.

«E non finisce qui! C’è una sorpresa tutta per voi in terrazza».

Uscirono, e un istante dopo cominciarono entrambi a gridare di gioia. Al centro della terrazza trovarono un tenero fagottino peloso ad aspettarli.

 

Quella stessa sera eravamo tutti e tre abbracciati sul divano, e la piccola Hope giocava ai nostri piedi, quando mio figlio Giacomo, il più grande, mi disse, abbracciandomi forte, una cosa che non mi diceva da tempo: «Mamma, ti voglio bene !».

«Anche io, amore mio, più della mia stessa vita, e non avrei voluto farvi soffrire, neanche per un istante, ma a volte i genitori commettono degli errori…».

Non mi fecero finire, mi strinsero entrambi in un abbraccio: «Tu non fai mai errori! Sei la nostra mamma!». Scoppiai a piangere di gioia, e tutti i miei sensi di colpa accumulati nei loro confronti, per non avergli saputo dare una famiglia unita, come quella in cui ero vissuta io, scomparvero.

Quella notte dormimmo tutti e tre nel lettone, e anche Hope si unì a noi di soppiatto. La mattina seguente era domenica: per me l’inizio di una nuova vita.

 

I mesi passavano, e i bambini vedevano regolarmente il padre e sembravano sereni, il che rasserenava anche me.

Quello stesso anno mi confermarono un grosso appalto pubblico per una progettazione importante: terrorizzata ed eccitata per l’occasione unica che mi si era presentata, mi buttai a capofitto nel lavoro.

Sembrava finalmente tutto filare per il verso giusto, quando un giorno, a lavoro, mi chiamò mia madre: papà era stato ricoverato d’urgenza al Policlinico per un malore.

Iniziò il nostro calvario di medici e diagnosi incerte, che durò per mesi.

Come per mio nonno, mi ritrovai a distanza di anni a raggiungere tutti i giorni in quello stesso ospedale mio padre all’ora di pranzo per stare un po’ con lui e poi tornare a lavoro.

Una mattina ero appena arrivata, quando vidi uscire dalla sua stanza una équipe di quattro medici in camice bianco e tre infermiere; fermai il primario, l’unico che conoscevo, chiedendo spiegazioni sullo stato di mio padre. Bruscamente mi informò che l’indomani sarebbe stato operato. L’esito dell’intervento era incerto, ma avrebbero fatto il possibile.

Non riuscii ad entrare nella stanza, con le lacrime agli occhi uscii dal reparto dirigendomi in giardino. Mi ritrovai seduta su una panchina, a piangere a dirotto come una ragazzina.

«Tutto bene?». Alzai il viso e, asciugando una lacrima con la mano, vidi uno dei medici che poco prima era da mio padre.

«Mi sembra che nulla vada bene!» risposi con un filo di voce.

«Lo prenda, è tè, le farà bene».

Poi mi guardò pensieroso e aggiunse: «Mi sembra di aver già vissuto questa scena…».

In quel momento lo riconobbi e gli sorrisi: «Perché l’abbiamo già vissuta venti anni fa. Io ero molto più giovane, disperata per mio nonno, e ora sono di nuovo qui, disperata per mio padre…».

Gli si illuminò il viso capendo a cosa mi riferivo e, senza commentare, continuò: «Ma non deve disperarsi, domani andrà tutto bene!».

«E lei come fa a saperlo? Ha sentito il primario poco fa!».

«Il primario è di poche parole, per lui tutte le operazioni sono ad alto rischio, non fa mai un distinguo per tranquillizzare le persone che ha davanti. Le assicuro che suo padre è in ottime mani».

«Crede?».

«L’opererò io, ho fatto molte operazioni di questo tipo…». Mi mise una mano sulla spalla e proseguì: «Non posso nasconderle che è una operazione delicata e comporta dei rischi, ma suo padre ha un difetto congenito al cuore che va operato e che gli permetterà di riprendere una vita del tutto normale; considerando il suo ottimo stato di salute generale e la sua età, io sarei molto fiducioso in una rapida ripresa».

«Grazie, dott…?» dissi con un filo di voce.

«Mi chiamo Sergio Naspi» rispose lui sorridendomi. «Adesso vada a tranquillizzare suo padre, temo che il primario abbia allarmato fin troppo anche lui. Ci vediamo domani!». Lo disse allontanandosi e rientrando in reparto.

 

La mattina seguente tutta la mia famiglia era in ospedale, nel corridoio davanti alla sala operatoria. Lo stavano preparando e tra breve lo avrebbero portato giù per farcelo vedere prima dell’intervento. Vidi entrare dei medici e fra questi notai che c’era anche lui; accennai un saluto, ma non mi vide, concentrato e pensieroso com’era; poco dopo scese anche papà. Sembrava sereno, mi aveva detto che un dottore era andato a parlare con lui e gli aveva spiegato l’intervento tranquillizzandolo.

Passarono cinque ore che sembrarono interminabili, ma finalmente la porta della sala operatoria si aprì. Uscì il dottore che si guardò intorno per un momento, mi vide e mi venne incontro, era visibilmente stanco.

«È andato tutto bene, è stato solo più complicato del previsto».

«Grazie!» gli dissi con le lacrime agli occhi e, d’istinto, lo abbracciai. Lui si irrigidì impercettibilmente, e io allentai subito la presa arrossendo: «Mi scusi!».

«Di nulla, capisco la sua gioia» mi salutò con un cenno allontanandosi.

Abbracciai mia madre, mi girai per guardare di nuovo nella sua direzione, e lo vidi lungo il corridoio a fianco di una anziana collega dai capelli bianchi che stava dietro di lui di un passo e gli teneva una mano sulla spalla destra, quasi a rinfrancarlo dalla fatica dell’operazione.

 

Il giorno dopo andai a trovare mio padre all’ora di pranzo: stava magnificamente, e mi disse che lo avrebbero dimesso l’indomani. Chiesi del dottor Naspi, volevo parlare con lui, ma mi dissero che era impegnato in sala operatoria.

All’uscita dall’ospedale, qualche ora dopo, ritrovai a terra il mio motorino, provai a tirarlo su, ma non riuscivo a sollevarlo perché si era incastrato tra la catena troppo corta e il palo a cui era legato.

«Lasci fare a me!». Una figura alta con poche manovre lo rimise in piedi. Quando si girò verso di me, vidi che era lui, il dottor Naspi.

«Salve, dottore, e grazie di nuovo!».

«Salve, signora…?».

«Daniela, mi chiamo Daniela Viviani!».

«Piacere, Daniela. Temo che non potrà andare lontano, ha il manubrio storto».

«È un bel guaio!».

«Se vuole, posso darle un passaggio a casa e chiamare un meccanico che è qui vicino».

«La ringrazio, è molto gentile, ma non voglio incomodarla».

«Nessun incomodo, si figuri».

 

Non mi feci pregare: poter passare del tempo con lui era quello che in fondo desideravo, anche se ancora non mi erano del tutto chiare le ragioni. Fu il passaggio più piacevole della mia vita, non so quanto ci volle per arrivare sotto casa mia, ma il tempo mi sembrò troppo breve. Parlammo di molte cose e alla fine passammo dal lei al tu. Sergio non solo era spiritoso, ma per la prima volta notai anche che era un bell’uomo.

Arrivati sotto casa, gli offrii di cenare con me: i bambini erano dal padre, e io volevo ricambiare la sua cortesia. Inaspettatamente accettò. La casa gli piacque molto, mi disse che anche la sua doveva essere ristrutturata e che aveva proprio bisogno di un bravo architetto che lo consigliasse.

Dopo la separazione dalla moglie, le aveva lasciato la casa coniugale e aveva comperato il primo appartamento vicino all’ospedale, dove si era trasferito alla svelta senza poter far nulla per renderlo accogliente.

La cena fu semplice, veloce e piacevole, e continuammo per molte ore a parlare di noi e delle nostre rispettive vite matrimoniali. Si era fatta quasi mezzanotte quando lui, visibilmente stanco, si congedò ringraziandomi per la bella serata. Mi chiese il numero di telefono promettendomi di chiamarmi per un sopralluogo a casa sua: voleva assolutamente poter rincasare provando la stessa piacevole sensazione che gli aveva trasmesso il mio appartamento.

Sulla porta indugiò un secondo come se volesse dire altro, ma non aggiunse nulla, e mi salutò con una formale stretta di mano e la promessa che presto mi avrebbe chiamata.

 

Mio padre tornò a casa due giorni dopo. Di Sergio invece non ebbi più notizie.

 

Tre settimane più tardi arrivò una chiamata da un numero sconosciuto. Risposi: era il mio

dottore.

«Buongiorno, Daniela, sono Sergio, avrei voluto chiamarti prima, ma mi hanno assegnato dei turni in ospedale pazzeschi e ho dovuto spostare tantissimi appuntamenti a studio, facendo degli orari assurdi. Non sono riuscito a liberarmi se non adesso».

«Non ti preoccupare, capisco che hai una vita piuttosto impegnata».

«Non sai quanto! Comunque ora ho due giorni filati di libertà, e vorrei farti vedere casa. Che ne dici, riesci a liberarti per domani mattina?».

«Assolutamente! Dammi l’indirizzo, ci vediamo domani da te verso le dieci».

 

L’indomani, puntuale, ero sotto casa sua, un palazzetto d’epoca del primo Novecento, senza ascensore. Lui abitava al secondo piano e affacciava proprio su viale del Policlinico. In effetti, l’appartamento era piuttosto squallido: pavimenti con le vecchie graniglie di marmo differenti per ogni stanza, pittura bianca alle pareti, porte di legno scuro, pochi arredi essenziali; risultava freddo e spoglio, e capivo perfettamente perché non fosse un piacere per lui tornare a casa. Ma aveva una grande vista e tanta luce, era ben diviso, e se ne poteva fare un vero gioiello.

Mi concentrai sul mio lavoro: rilievo, misurazione e appunti. Dopo circa due ore avevo finito.

«Pranziamo insieme o devi scappare via?» mi chiese Sergio mentre stavo rimettendo a posto il bloc-notes e il laser per le misurazioni.

«Solo se cucini tu» dissi scherzando.

«Assolutamente!».

«Davvero?» replicai.

«Non ci crederai, ma sono un ottimo cuoco! Mi piace cucinare: mia moglie era un disastro ai fornelli, e anche da studente universitario ho sempre cucinato io per tutti».

 

Fu un pranzo delizioso, e arrivati al caffè mi congedai malvolentieri, perché dovevo prendere i bambini a scuola e portarli in palestra.

Lo salutai, e stavo dirigendomi alla porta quando, esitante, mi fermò sul pianerottolo:

«Daniela, se hai voglia, domani ho la giornata completamente libera da impegni, e mi piacerebbe passare del tempo con te». Arrossii imbarazzata.

«Domani è venerdì, sono libera anch’io da impegni di lavoro e familiari. Che programma hai?».

«Per il momento quello di passarti a prendere alle nove, e poi vediamo…».

«Ok, a domani!».

Scesi le scale a due a due, con l’eccitazione e la frenesia di una ragazzina al suo primo appuntamento. Realizzai che per me lo era, eccome! Da oltre un quarto di secolo non ne avevo uno. Oh mio Dio!!!

Entrai nel panico: cosa dovevo mettermi? avrei dovuto truccarmi? e se mi avesse baciata? e se… Divenni rossa alla sola idea di fare l’amore con una persona che non fosse il mio ex. Come potevo pensare di spogliarmi davanti a un estraneo e mostrargli un fisico che nascondevo perfino ai miei occhi?

Mia madre e una mia cara amica, saputa la novità, mi diedero forza e coraggio, non perdendo occasione per prendermi in giro: «È come andare in bicicletta, non si scordano certe cose!».

Quella notte presi sonno a fatica.

 

La mattina seguente, puntuale, citofonò, e io scesi. Era venuto in moto e aveva portato un casco anche per me. Ci salutammo con un bacio sulla guancia e montai in sella senza avere la lucidità di chiedere neanche dove fossimo diretti. Ero avvinghiata a lui e respiravo il suo odore: mi dava una tale sicurezza quella persona (poco più di un estraneo per me) da farmi sentire sopraffatta, come una

 

dodicenne. Sperai di non rendermi ridicola per la forte emozione inaspettata: ero completamente inebriata da lui.

Sentii spegnere il motore e mi ridestai dai miei pensieri.

«Siamo arrivati!» annunciò scendendo e aiutandomi a fare altrettanto.

«Dove siamo?».

«Sabaudia, la conosci?».

«Molto poco, come mai qui?!».

«Ho una casa di famiglia sulla spiaggia, in cui amavo venire quando avevo tempo, è un posto a cui sono molto legato, ed è una delle cose che fortunatamente non è riuscita a ottenere mia moglie con la separazione». Così dicendo mi prese per mano, e ci incamminammo verso il bagnasciuga.

«Posso chiederti come mai ti sei separato?».

«Un giorno, all’improvviso, mi ha confessato di non essere più innamorata di me, voleva una famiglia che io non potevo darle. Avevo da subito messo in chiaro che per il mio lavoro non volevo figli, sarebbe stato egoista volerne per poi privarli dell’affetto e del tempo. Sembrava aver accettato all’inizio della nostra storia questa mia volontà, ma poi, alla soglia dei quaranta, l’ha vissuta come una imposizione che non ha più tollerato. Si è invaghita del suo capoufficio, con cui adesso ha due gemelli. Vivono tutti e quattro felici nella casa che io le ho comprato».

«Da quanto tempo sei separato?».

«Ormai sono divorziato già da tre anni! E tu?».

«Separata da un anno: è stata dura rimettere in piedi la mia vita senza di lui».

«Ma ce l’hai fatta. Ne eri molto innamorata?».

«Sì, molto, è proprio questo che non mi ha fatto rendere conto che a tempi alternati, sempre più di frequente, eravamo diventati due estranei, separati in casa. Dopo una lite non seguiva mai un chiarimento costruttivo, mai una scusa! Era terribile, e prenderne coscienza è stato un processo lungo e doloroso che ha richiesto molti anni».

«Mi spiace per te».

«Adesso stiamo bene! I ragazzi sono sereni, adorano la nuova casa e stare vicino ai nonni, che li viziano terribilmente ».

«Come mai non sei rimasta nella casa coniugale?».

«Non ho voluto, il mio orgoglio non me lo ha permesso: quella casa l’avevano donata i suoi genitori a lui prima di sposarci. Se gliela avessi tolta, avrei ulteriormente inasprito i nostri rapporti, e volevo, per il bene dei bambini, che restassero il più possibile civili».

«Sei stata molto materna».

«È un modo carino per dirmi che sono stata fessa, come sostengono le mie amiche?!».

«Assolutamente no, penso sia stato un atto d’amore verso i tuoi figli».

«Grazie, lo considero un grande complimento!».

«Lo è», e mi strinse la mano.

Continuammo a parlare di noi per ore, passeggiando lungo la spiaggia; il tempo sembrava essersi fermato, eravamo sospesi in un limbo, e avremmo potuto continuare per sempre se non fosse stato per l’appetito, che all’ora di pranzo ci richiamò alla realtà. Mi portò in un delizioso ristorantino sul mare in cui mangiammo meravigliosamente, e mi intrattenne con curiosi aneddoti ospedalieri che rasentavano l’inverosimile.

Sapeva essere molto ironico e spiritoso, risi di cuore come non mi accadeva ormai da secoli.

«Sei molto bella quando ridi!» commentò lui all’improvviso prendendomi le mani e provocando un sussulto al mio cuore; abbassai lo sguardo imbarazzata, e lui con la mano mi alzò il viso e mi guardò intensamente con quei suoi grandi occhi verdi che mi confondevano.

«Quando ti ho incontrata la prima volta, mi ha colpito la tua fragilità: eri così giovane e vulnerabile, mi hai intenerito il cuore, e ho sentito il bisogno irrefrenabile di consolarti, cosa che  non mi era mai successa prima. La stessa emozione l’ho provata quando ti ho rivista un mese fa seduta alla stessa panchina, la stessa identica sensazione e una voglia infinita di proteggerti. Adesso

 

che ti conosco un po’ di più, questo desiderio è ancora più forte e prepotente, ma mi sento nei tuoi confronti, allo stesso tempo, vulnerabile e indifeso…». Gli sorrisi imbarazzata.

Mi baciò con dolcezza. La sua lingua tenera e dolcissima accarezzava la mia, le sue mani stringevano il mio viso, i suoi occhi erano calamitati ai miei. Quando le nostre labbra si staccarono, mi strinsi a lui, e rimanemmo a lungo abbracciati osservando il sole che si abbassava sul mare.

«Vieni con me: prima che il sole tramonti, voglio farti vedere una cosa e chiedere un tuo consiglio professionale». Montammo in moto e percorremmo il lungomare per un paio di chilometri; si fermò davanti a una recinzione con l’erba alta, dietro cui si intravedeva appena una piccola costruzione.

«Questa è la casa di famiglia di cui ti parlavo».

«Quanto tempo è che non vieni qui?» chiesi vedendo lo stato di abbandono del giardino.

«Da quando mi sono separato non vi ho più trascorso una estate. Ma questa giornata ha riacceso la voglia di vivermi questa casa. Solo, vorrei darle un tocco diverso che non mi faccia ricordare più Tiziana, ma Daniela!». Sorrisi e lo seguii all’interno.

Era molto trascurata e c’era molto da fare per renderla di nuovo abitabile, ma era veramente suggestiva, aveva un bel giardino esterno, era piccola ma divisa molto bene internamente, l’insieme armonioso e funzionale, e soprattutto aveva una veranda meravigliosa vista mare e un ingresso diretto alla spiaggia. Con qualche lavoretto sarebbe diventata un vero incanto. Entusiasta, mi liberai della adolescente imbranata al suo primo appuntamento e mi calai di nuovo nelle vesti della professionista rampante: gli esposi quello che avrei fatto per migliorare l’ambiente, le luci e i colori. Lui mi ascoltava con un mezzo sorrisetto compiaciuto, e alla fine disse: «OK, mi hai convinto, quando iniziamo i lavori? Mancano pochi mesi all’estate e vorrei che fosse pronta per la fine di giugno, quando ho una settimana di ferie».

«Mi metto subito a lavoro. Vedrai, diventerà un gioiello nel quale costruirai nuovi ricordi bellissimi».

«Ne sono convinto!». Mi prese e baciò di nuovo, ma stavolta, complice l’intimità della sua casa, il suo bacio divenne più audace e provocante, sentii che mi accarezzava la schiena cercando di sfilarmi la camicetta dai jeans; al contatto delle sue mani sulla mia pelle nuda mi irrigidii improvvisamente allontanandomi da lui.

«Scusami, Sergio, ma non credo di essere ancora pronta per questo, sta andando tutto troppo veloce tra di noi».

«Hai ragione, forse sto correndo troppo, mi spiace» disse portandosi una mano tra i capelli, imbarazzato.

«Non credo di avere ancora superato la mia storia precedente, l’idea di buttarmi in un’altra alla cieca mi terrorizza».

Mi stavano salendo le lacrime agli occhi, non sapevo neanche io il perché, forse la paura di aver sbagliato tutto, di averlo allontanato da me per sempre. Mi si avvicinò e mi abbracciò forte dicendo:

«Non so perché non abbia funzionato con tuo marito, ma penso che sia stato un folle a lasciarti andare, io non ho intenzione di mollare senza prima provarci con tutto me stesso. Anche se sembra assurdo, sento di conoscerti da sempre. E se è il sesso a spaventarti, posso aspettare».

«Il sesso non mi spaventa soltanto, semplicemente mi terrorizza!» dissi continuando a stringermi a lui e mantenendo lo sguardo basso così che non potesse vedermi.

«E perché? Sei una donna adulta, bella, intelligente, hai due figli, e credo che tu abbia avuto le tue esperienze!». Lo disse accennando un sorriso.

«Non le definirei esperienze: ho conosciuto solo mio marito, e non eravamo una coppia appassionata e disinvolta sotto quel punto di vista, mi sono sempre sentita inadeguata in molte, in troppe occasioni… Penso proprio di non essere portata per il sesso». Lo dissi convinta e seria di quello che stavo dicendo, lui invece scoppiò a ridere.

«Oddio, tesoro, ma che ti sei messa in testa? Non sei portata per il sesso?!». Mi prese le mani tra le sue e mi sorrise, costringendomi ad alzare lo sguardo e a fissarlo.

 

«Ho raggiunto pochissime volte il piacere…» dissi abbassando lo sguardo, di nuovo imbarazzatissima.

«E allora?» continuò lui interrompendomi. «Il sesso è fatto di chimica, di passione, di scintille che arrivano all’improvviso, nulla è programmato, dovuto, standard. Non sono un sessuologo, ma ancora qualcosa ne capisco a cinquantadue anni suonati, e non solo perché sono un esperto in fatto di cuore. E una cosa ho capito da quello che mi hai raccontato sul tuo rapporto con il tuo ex: non eravate fatti l’uno per l’altra emotivamente, come potevate esserlo fisicamente?».

Come potevano la sua voce e le sue parole rassicurarmi in quel modo, non me lo riuscivo proprio a spiegare: sapeva dire sempre la cosa giusta al momento giusto.

«Oddio, Sergio, ti prego, baciami!» mi sentii dire all’improvviso.

Si fece serio, si avvicinò di nuovo a me e mi baciò teneramente; io mi abbandonai a lui, e il bacio divenne sempre più passionale, tanto che non volevo più liberarmi della sua bocca sulla mia. Presi a sbottonargli la camicetta, lui mi bloccò le mani:

«Sei sicura? Non devi sentirti obbligata, possiamo aspettare…».

«Ho paura che se aspetto, non ci sarà un altro momento più perfetto di questo!».

Tutto continuò come una magnifica scoperta, ogni sua carezza risvegliava una parte del mio corpo sconosciuta, vulnerabile, sensibile al suo tocco. Sentivo la mia pelle bruciare sotto le sue dita, il mio corpo rispondere alla sua passione, che stavolta, forse per la prima volta, era anche la mia.

Mi ritrovai nuda, priva di ogni inibizione, avvinghiata a lui nella penombra di quella stanza che era illuminata solo dai raggi del sole al tramonto, e lì fui completamente sua: non era solo il mio corpo a inebriarsi di tanta passione, ma la mia anima; mi trovai a gridare di piacere come non mi era mai capitato prima e come non sospettavo fosse possibile, mi abbandonai alle sue carezze quasi  fosse la cosa più naturale al mondo.

Quando tutto finì, mi strinsi a lui, sospirai profondamente, e una lacrima mi rigò il volto. Me la asciugò e mi baciò con estrema tenerezza.

«E tu non saresti portata per il sesso? Sei stata fantastica, stupefacente, meravigliosamente appassionata». Divenni rossa, non mi era mai successo nulla di simile prima.

«È questione di chimica, di scintille che arrivano all’improvviso…» risposi ironica, facendogli il verso, e aggiunsi: «Non sapevo potesse essere così appagante fare l’amore». Continuava a  guardarmi intensamente, e feci per coprirmi imbarazzata dalla sua ispezione, ma mi fermò le mani e mi sorrise; poi, carezzandomi il seno nudo, mi disse:

«Dani, sei così bella!».

«Tu mi fai sentire bella!».

 

Da quel giorno fummo inseparabili e immensamente felici: ci completavamo, ci capivamo, ci amavamo. Ero tornata ragazzina, mi capitava di sorridere da sola, di arrossire al pensiero di poterlo avere di nuovo dentro di me, di aspettare con ansia i suoi messaggi, e mi batteva forte il cuore al sentire la sua voce al telefono: tutte cose che non avevo mai provato e che mi imbarazzavano perché mi facevano sentire completamente nuda, trasparente a ogni mia emozione. Tutti si erano accorti del mio cambiamento, i ragazzi mi prendevano in giro, mia madre faceva battute imbarazzanti.

Un giorno avevo appena finito di sistemare il suo appartamento di Roma per farglielo vedere, quando mi arrivò il messaggio che aveva terminato una operazione delicata e che sarebbe andato in pausa per qualche minuto prima di una nuova operazione. Decisi di raggiungerlo in ospedale: conoscevo bene il distributore dove faceva la sua pausa, e pensai di farmi trovare lì.

Percorrevo il viale a grandi passi, diretta verso il bar, quando lo vidi in giardino, seduto pensieroso sulla nostra panchina; mi fermai immobile notando che non era solo. Dietro di lui una anziana donna, che gli avevo già visto accanto, dai capelli bianchi raccolti e il camice bianco, che gli posava una mano sulla spalla, mentre lui indifferente continuava a sorseggiare il suo tè. Mi vide e, sorridente, mi venne incontro.

«Sei proprio la visione che mi ci voleva dopo questa giornata!».

«Dura?» chiesi guardando alle sue spalle e notando che l’anziano medico non c’era più.

 

«Molto!» mi sorrise. «Mi sei mancata, ho avuto un’operazione molto complessa, durata ore, in cui ho rischiato di perdere il paziente per ben due volte. E tra venti minuti ne ho un’altra che non è da meno».

«Come fai a sopportare certi ritmi? Sono disumani!». Gli carezzai il viso.

«Ce l’ho nel DNA. Non posso farne a meno, io non faccio il medico, io sono un medico!».

«Meraviglioso medico!».

«E tu sei un meraviglioso architetto! Piuttosto, a che punto sono i lavori della mia casa? Ti confesso che sono un po’ stanco dell’albergo dove mi hai recluso da quaranta giorni».

«Ero venuta proprio a dirti questo: i lavori sono finiti, e puoi tornare a casa tua stasera stessa».

«È questa la notizia che aspettavo! Appena stacco, vado in albergo, raccolgo le mie cose e ti raggiungo».

«Penso io a prendere le tue cose in albergo, ti aspetto a casa e preparo una cenetta che non dimenticherai».

«Puoi rimanere da me stanotte?!».

«I ragazzi sono con i miei genitori, ho avvisato che non sarei tornata».

«Ti adoro!». Mi baciò e, guardando l’orologio, aggiunse: «Devo scappare!».

Sorrisi compiaciuta al pensiero della faccia che avrebbe fatto quando sarebbe rientrato di nuovo in casa. Mi fermai ancora un attimo contemplando quello che dovevo fare, quando vicino a me si sedettero due infermiere.

«Sono stanca morta, sono state cinque ore interminabili in sala operatoria».

«Beh, almeno tu hai finito e smonti tra poco, a me tocca la seconda operazione con il dottor Stranamore».

Stavano parlando di Sergio, ne ero certa; così, facendo finta di armeggiare al telefono, allungai l’orecchio per ascoltarle.

«Come lo hai chiamato?» chiese l’altra divertita.

«Non hai notato che ha gli occhi a forma di cuore ultimamente?».

«Forse… Ma durerà poco anche stavolta. È un folle stacanovista, non metterà mai una storia d’amore davanti al suo lavoro».

«Su questo hai perfettamente ragione, sembrava così innamorato anche della moglie. Poverina, ha sofferto per anni prima di capire che non poteva stare al passo».

Mi allontanai in silenzio, tornando al mio lavoro e ripensando tristemente alle parole dette dalle due infermiere. Quella sera doveva essere tutto perfetto al suo rientro, non dovevo farmi condizionare da quanto avevo sentito.

 

 

 

La cena era pronta e la casa in ordine; stavo accendendo le candele sul tavolo quando sentii aprire la porta e gli corsi incontro.

Dal suo viso trasparì uno stupore e una meraviglia che non gli avevo ancora mai visto: continuava a guardarsi intorno inebetito.

«Pensavo di aver sbagliato appartamento».

«Ti piace?».

«Dire che mi piace è riduttivo. Trovo che sia fantastico, accogliente, caldo, non avrei potuto immaginarmelo più bello! Grazie, Dani».

«Grazie a te per la fiducia e, soprattutto, per la pazienza che hai avuto in queste settimane!».

«Sono state le più belle della mia vita». E mi baciò.

La serata fu perfetta, ma breve. Sergio crollò sul letto come un maratoneta sfiancato dai chilometri percorsi durante la giornata.

La mattina mi destai con il profumo del caffè; mi guardavo intorno in cerca di lui, quando lo vidi entrare con una tazzina fumante e il suo meraviglioso sorriso.

«Buongiorno, amore, dormito bene?».

«Benissimo!».

 

«Io ho dormito di sasso come non mi capitava da mesi, e svegliarmi al tuo fianco, in questa casa stupenda, mi ha reso felice».

«Ne sono contenta». Mi baciò porgendomi il caffè.

«Devo andare a lavoro, attacco tra meno di mezz’ora ».

Feci il broncio delusa, e lui mi sorrise e si sdraiò al mio fianco stringendomi a sé.

«Dpo tanti anni, mi potrò pure permettere il lusso di fare tardi a lavoro per una volta!».

 

 

 

Seguirono due mesi per noi infernali: eravamo presi da mille impegni, riuscivamo a vederci con molta fatica, ritagliandoci delle colazioni veloci, pranzi rubati, e migliaia di telefonate e sms; le giornate intere che riuscimmo a passare insieme si contavano sulle dite di una mano.

Unica nostra consolazione era il fatto che la casa al mare era quasi terminata, e la nostra settimana, tutta e solo per noi due, si stava avvicinando, mancavano solo pochi giorni. I miei ragazzi avevano accettato di buon grado questa mia richiesta dimostrandomi che non potevo più   considerarli dei bambini: ormai adolescenti (sedici e tredici anni), avevano capito quello che stava succedendo nella mia vita, e pur non avendo, almeno per il momento, alcuna intenzione di  conoscere Sergio, erano felici per me. Quella settimana, Giacomo e Tommy l’avrebbero trascorsa nella casa in Toscana dei nonni con i cugini. Io invece avrei avuto Sergio tutto per me!

 

 

 

Finalmente il giorno della partenza era arrivato. Non vedevo l’ora di fargli vedere la casa. Mi fermai a pochi metri dall’entrata e lo feci scendere. Svoltato l’angolo, vide il suo nuovo e irriconoscibile giardino, che era diventato un lembo di paradiso verdeggiante, con cespugli fioriti e piccole palme, non ampio ma di grande effetto. Avevo inoltre predisposto un pergolato con rampicanti per mettere la macchina e la moto all’ombra. Unico spazio in cui non ero riuscita a intervenire era il capanno degli attrezzi, che mi era servito ad accatastare vecchie cose trovate in casa, da far vedere a Sergio prima di buttarle via. La prima cosa che si notava entrando era l’enorme vetrata scorrevole, che aveva sostituito la piccola porta-finestra e prendeva un intero lato del  modesto soggiorno, adesso completamente avvolto dalla luce e dalla meravigliosa vista del mare. I colori alle pareti erano di un tenue lilla, l’arredamento in legno color tabacco però conferiva un aspetto più maschile all’ambiente, e la tappezzeria malva creava infine un’atmosfera magica e calda al tempo stesso. Il camino di un pregiato marmo pervinca dal design esclusivo era stato il vero tocco che lo entusiasmò e lo fece letteralmente esultare: «Adesso vorrò venirci anche in inverno!».

«Lo spero bene! Quel camino ti è costato una piccola fortuna!». Continuava a guardarsi intorno aprendo ogni porta.

«Come ci sei riuscita?».

«Con l’amore! Lo stesso amore che hai tu per il tuo lavoro, che hai con i tuoi pazienti. Io l’ho semplicemente raddoppiato perché sapevo che era per te… per noi».

«Ci sei tu in ogni cosa, in ogni sfumatura, in ogni particolare. Questa casa non mi potrà ricordare nessun’altra se non te! Ti amo».

 

 

 

Passammo dei giorni semplicemente meravigliosi. A fine giugno la spiaggia era ancora poco frequentata, sembrava che fosse stata riservata a noi, per permetterci di poter far crescere e consolidare il nostro amore, a dispetto della frenetica vita di entrambi. Avevamo bisogno di passare ogni istante insieme, di parlare, di confidarci, di conoscerci più a fondo, di colmare le distanze che ci avrebbero di nuovo separati una volta tornati alla nostra realtà familiare e lavorativa.

Quel posto, il mare, il sole, era pura armonia, magia, musica per le nostre anime stanche e desiderose di conforto e coccole.

Una sera, dopo una delle mie interminabili telefonate con i miei figli, lui mi fece una strana domanda:

 

«Cosa si prova a essere genitore?».

«Per me è pura gioia: quando sono nati, ho provato un forte senso di appartenenza a quelle creature, e una crescente e soffocante paura, pari solo all’immenso amore che istintivamente ho nutrito per loro».

«Paura?!».

«Tremenda. Pensavo di non essere all’altezza, non sapevo se sarei riuscita a capire i loro pianti, le loro esigenze, ma poi è venuto tutto naturale. Ho messo da parte il lavoro fin quando non sono cresciuti». Mi guardò dubbioso. «Non mi è pesato affatto, se è quello che pensi, e sai quanto amo il mio lavoro! Adesso che sono grandi, un loro successo è una mia grande soddisfazione e un motivo di orgoglio, un loro dispiacere è un mio dolore. Non so se ho reso l’idea».

«Penso tu l’abbia fatto benissimo. E in tutto questo tuo marito che ruolo ha giocato?».

«Un ruolo marginale, direi, una riserva che preferisce non essere messa in campo».

«Ma ce l’hai fatta ugualmente, anche tutta sola!».

«Non sono mai stata sola. Ho avuto sempre l’esempio, il sostegno, l’amore e l’aiuto dei miei genitori: non so se da sola ce l’avrei fatta, soprattutto perché da piccolissimi entrambi i miei figli erano due monelli vivacissimi. Giacomo era iperattivo, non riusciva a esaurire le sue energie durante la giornata e la notte pertanto dormiva pochissimo. Tommaso poco più calmo, ma con problemi di dislessia che alle elementari hanno reso quegli anni un vero inferno».

«Sei molto legata ai tuoi genitori».

«Come penso lo sia qualunque figlio cresciuto in un ambiente sereno, accogliente e amorevole come è stato il mio. E tu?» chiesi, stuzzicata dalle sue numerose domande.

«Io cosa?».

«Non far finta di niente, non credo tu venga da Marte, anche tu devi aver avuto una famiglia».

«Più o meno… Mio padre era un ricercatore, biologo e infettivologo, sempre chiuso nei suoi laboratori universitari. Si divideva tra Roma e Bologna, lo vedevo raramente. Si separò da mia madre quando io ero molto piccolo, non so neanche se siano mai stati realmente sposati».

«E tua mamma?».

«Lei era primario di cardiologia al Policlinico, è stata da sempre il mio idolo, ma non era una madre tradizionale».

«In che senso?».

«Sono cresciuto con tate e baby sitter, erano loro ad occuparsi di me durante la settimana, lei non la vedevo se non di sfuggita a notte tarda, quando rientrava da lavoro. I fine-settimana li passavamo insieme, perlopiù in ospedale; a volte, se non c’erano suoi colleghi di turno, mi permetteva di fare con lei i giri in corsia, mi dava spiegazioni sulle cartelle cliniche dei suoi pazienti, altrimenti ero relegato nel suo studio a fare i compiti. Tutti le sorridevano e l’ammiravano, io imparai a farlo di riflesso, e mi accorsi che invidiavo profondamente i suoi malati, perché era presente più nella loro vita che nella mia».

Rimasi scioccata dall’infanzia che mi stava dipingendo, ma non dissi nulla e lo lasciai continuare a parlare, facendo delle domande di tanto in tanto.

«È per lei che sei diventato cardiochirurgo?».

«Non sarei potuto diventare altro, era dall’età di sedici anni che sapevo leggere una cartella clinica e capire se i dosaggi dei vari farmaci erano giusti o sbagliati, quali terapie erano  consigliabili, se c’erano dei peggioramenti del quadro clinico… Lei mi sottoponeva a continui esami ed era soddisfatta dei miei progressi, non capiva che erano dovuti solo alla mia necessità di poterle stare accanto, non avevo altro modo, se non quello…».

«Avrete passato delle vacanze insieme, lontano dall’ospedale, solo voi due, no?».

«Sì, certamente, siamo stati in Africa, Cambogia, Cina, Uruguay, Panama, Perù… Abbiamo visto il mondo, ma solo la sua parte malata. Era tra i Medici Senza Frontiere e prestava volontariato ovunque ci fosse bisogno di un cardiologo». Rise amaro.

«Non posso crederci. Hai vissuto tutta la tua vita in ospedale e tra i malati!». Ero sconcertata.

Non è sano crescere in questo modo. Adesso capisco perché non ha voluto figli.

 

«So a cosa stai pensando, ma per quanto sembri strano, io credevo di essere felice, non conoscevo altro. Più tardi è subentrata la consapevolezza. E la rabbia…».

«Che intendi per rabbia?».

«Hai presente la ribellione, l’insofferenza e la rabbia dell’adolescenza?».

«Sì, certo!».

«Raddoppiala, triplicala, quadruplicala pure! A vent’anni, sono andato via di casa, non volevo più continuare gli studi, non volevo più continuare a vivere con lei, nella sua continua assenza, non lo sopportavo più. L’ho odiata per quello che non era stata in grado di darmi, volevo farla soffrire». Si commosse per un momento.

«Cosa hai fatto?».

«Nessuna forma eclatante di ribellione: l’ho semplicemente tagliata fuori dalla mia vita per provocarle dolore, sofferenza. Mi sono poi pentito, ma era troppo tardi, e non ho potuto più rimediare…».

«Perché?».

«Non ho voluto farle sapere che mi ero laureato, solo perché non volevo darle quella soddisfazione». Riprese fiato e aggiunse:

«Lei si è ammalata e non me lo ha detto».

Mi portai la mano alla bocca, ero senza parole.

«Quando ho vinto il concorso e ho iniziato il tirocinio proprio al Policlinico, la prima cosa che  ho fatto è stata andare nel suo reparto per farle vedere che anche senza di lei ero riuscito a diventare cardiologo. Entrare in reparto e non vederla mi ha spiazzato, ho saputo in quel momento dalla caposala che era in malattia da molto tempo. Mi è caduto il mondo addosso! L’ho cercata a casa e non l’ho trovata, poi sono venuto qui».

«In questa casa?!».

«Sì, era venuta qui al mare. Quando mi ha visto, era sulla sua sedia a dondolo in veranda, a leggere, si è alzata e mi è corsa incontro sorridente. Ci siamo abbracciati, è stato per me il primo vero abbraccio tra di noi, quello di una mamma con il proprio figlio. La tenevo ancora stretta, quando ha perso i sensi e si è accasciata tra le mie braccia. Inutile la corsa in ospedale… Dopo due giorni di coma, il ventitré giugno, se n’è andata. Non ho avuto modo di parlarle, di dirle che ero diventato medico, che le volevo bene, che mi dispiaceva!».

Lo abbracciai, commossa e colpita dalla data della morte della madre, che invece era stata la stessa della mia salvezza. Capivo solo in parte quale doveva essere la sua disperazione, i suoi sensi di colpa e la sua rabbia. Mi strinse forte e pianse in silenzio.

«Non so se riuscirò mai a superare la perdita, il senso di vuoto, la rabbia, il rancore, soprattutto adesso!».

«Perché soprattutto adesso?».

«Ho vinto il concorso per diventare primario del mio reparto, lo stesso reparto a cui è stato dato il suo nome: “Cardiologia Esther Naspi”. Tra pochi giorni sarà ufficiale la mia nomina». Rimasi perplessa solo per un attimo a questa inaspettata novità, poi continuai:

«Non saprei cosa dirti, se non quello che un giorno un giovane medico disse a me alleviando il mio dolore. Allora ti ascoltai incredula, ma oggi sono convinta che esista una vita oltre la vita, che le persone a noi care trovino il modo di rimanerci vicine. Sono certa che lei ti è accanto e che è orgogliosa di te, di quello che sei diventato».

«Ti confesso che quel giorno parlai con l’unico intento di tirare su il morale a una ragazzina addolorata. Non ho mai creduto a vite parallele, e soprattutto alla possibilità di riscattare i propri errori, quando ormai è troppo tardi per rimediare…».

Per la prima volta dopo anni, raccontai quello che a me era successo dopo la morte di mio nonno, e come mi ero riconciliata con il senso di rabbia e frustrazione che avevo provato per la sua perdita; lui mi ascoltò in silenzio senza dire nulla, poi mi baciò. Capii in quel gesto, per quanto tenero, che non mi aveva creduta, ero certa che considerava l’incidente sfiorato una semplice coincidenza e il sogno rivissuto soltanto frutto della mia fervida immaginazione.

 

Quella sera non riuscii a prendere sonno: ripensavo a quanto mi aveva confidato Sergio e non credevo possibile che un bambino potesse crescere in quel modo. Sergio non aveva vissuto se non  in ospedale. Quello era tutto il suo mondo, l’unico che conosceva e che sentiva suo; anche quando si era sposato, le cose non erano cambiate e il matrimonio era naufragato; lo stesso forse sarebbe successo a noi, al nostro amore, soprattutto adesso, con il nuovo incarico. Era come la madre, per questo l’amava e l’odiava in eguale misura.

E io potrei sopportare di essere messa sempre al margine della sua vita? Di venire sempre dopo i suoi pazienti, il suo reparto, e di vederlo solo pochi giorni al mese?

Sergio si addormentò profondamente quella sera, mentre io rimasi sveglia, con un crescente senso di malessere e un forte fastidio allo stomaco, che mi impedì di dormire. Presi una camomilla, rimasi in veranda tutta la notte, ma il dolore non migliorò.

Quando si alzò, notò subito qualcosa di strano in me e mi chiese come mi sentivo: avevo un pallore innaturale, due occhi scavati e il dolore allo stomaco che si era esteso a tutto il torace.

Mi visitò e mi sgridò aspramente per non averlo chiamato: dovevo essere ricoverata, avevamo perso già troppo tempo. Mi caricò di peso in auto assicurandosi che fossi comoda, e partimmo alla volta del Policlinico. Guidò come una furia: era teso, aveva il volto contratto, chiamò un suo collega e gli disse di predisporre l’immediato ricovero e una serie di accertamenti che voleva farmi fare in giornata. Per quanto cercasse di rimanere calmo e di rassicurarmi, vedevo che era estremamente preoccupato, e la cosa mi fece allarmare molto. Prima di altri due giorni i miei genitori non aspettavano il mio rientro, e pensai di non chiamarli per non farli preoccupare, almeno fin quando non si fosse saputo cosa avevo. Magari era solo una cosa da nulla!

 

 

 

Purtroppo fu evidente dai primi accertamenti che avevo avuto un piccolo infarto quella notte, causato da un’anomalia al cuore, emersa dall’ecocardiogramma che Sergio stesso aveva eseguito e simile a quella riscontrata a mio padre. Dovevo essere operata d’urgenza quel giorno stesso. Mi crollò il mondo addosso: non riuscivo a pensare, non sapevo cosa fare. I miei figli, chi lo avrebbe detto loro e come? Non volevo fare preoccupare nessuno, ma come potevo, se ero io la prima a essere terrorizzata? Sergio cercò di farmi coraggio, ma leggevo chiaro nei suoi occhi il senso di impotenza che provava anche lui e che non mi poteva nascondere.

«Sono tranquilla, so di essere in buone mani, come lo è stato mio padre!».

«Non posso, Daniela… Mi spiace!». Abbassò lo sguardo. «Non posso operarti io, non avrei la giusta lucidità e concentrazione che occorre in questi casi. Perdonami!».

Non riuscii a dire nulla, mi assalì il panico e lui se ne accorse; in quello stesso momento mi resi conto che era il ventitré giugno, e un brivido mi scosse.

«Sarò lì con te in sala operatoria, il chirurgo è bravissimo, so che non ci saranno problemi, e concluderemo la nostra vacanza al mare appena ti sarai rimessa». Mi sorrise stringendomi forte la mano.

«Avverti tu la mia famiglia?».

«Sì, tranquilla, adesso devono prepararti per l’intervento, mi allontano pochi minuti e poi sarò di nuovo da te».

Rientrò poco dopo: era in camice, con la cuffietta e la mascherina; mentre l’anestesista armeggiava per addormentarmi, lui mi teneva la mano e mi parlava con dolcezza. I forti dolori cominciarono a svanire, io tentai di tenere i miei occhi concentrati sui suoi, ma li sentivo sempre più pesanti, la sua voce sempre più lontana, il suo viso sempre più sbiadito, fin quando si fece tutto  buio.

 

Sento freddo, sono coperta solo da un lenzuolo. Mi trovo a piedi nudi in un ambiente a me completamente estraneo in cui non riesco a vedere oltre il mio naso. L’aria è fresca, sono avvolta dalla nebbia, avverto un forte odore di disinfettante, che mi ricorda l’ospedale dove sono ricoverata, ma non provo né dolore né spossatezza. Inizio a muovermi per capire dove mi trovo, e

 

intravedo una luce calda che dirada la nebbia e che seguo, come attratta da una calamita. Mentre mi avvicino, sento di nuovo un calore intorno a me che mi avvolge completamente, un profumo piacevole di fiori, un profondo benessere che mi inebria i sensi.

Mi sento piena di vita e di energie, supero la coltre di nebbia e vedo due figure indistinte, una femminile e una maschile, che mi tendono la mano: mi stanno aspettando, e io senza pensare allungo le mie mani verso di loro, che me le stringono con vigore, silenziosi. Mentre ci incamminiamo insieme, diretti verso una grande scalinata che abbiamo davanti a noi, la donna al mio fianco mi mette una mano sulla spalla destra, facendomi impercettibilmente cambiare direzione e indicandomi una porta a lato della grande scalinata.

Abbandono le loro mani e apro la porta.

Mi ritrovo in ospedale, vedo me stessa sul tavolo operatorio e Sergio al mio fianco, piegato su di me: mi parla piangendo, sembra disperato, ma non posso sentire cosa mi stia dicendo; dietro di lui una donna anziana in camice bianco gli posa una mano sulla spalla, alza lo sguardo verso di me, e io la riconosco. Sento in quel preciso istante lacrime calde rigarmi il viso, un forte colpo al cuore e un dolore sordo che si impadronisce nuovamente di tutto il mio essere. Mi giro in cerca della   donna che mi ha indicato quella strada da seguire, vorrei chiederle come ritornare da lui, ma non c’è più nessuno dietro di me, solo un profondo buio e una voce calda e disperata che in lontananza dice “Torna da lui, ha bisogno di te, cerca Cime tempestose…”. Non sento altro. E mi risveglio.

 

 

 

Mi accolse una voce rassicurante. Delle mani calde mi asciugavano sul viso le lacrime che continuavano a scendere senza controllo.

«Dani, è tutto a posto, è andato tutto bene!!!».

Era Sergio che mi sorrideva, mi sentivo frastornata, non capivo dove mi trovassi, cosa fosse successo, mi ci vollero alcuni minuti prima di tornare completamente in me.

«E i miei ragazzi?!».

«Sono tutti qua fuori, i tuoi figli e i tuoi genitori. Vogliono vederti, non si fidano delle mie parole e fin quando non ti avranno vista, metteranno in croce ogni singola infermiera».

«Falli entrare!».

 

 

 

Non parlai a nessuno dell’esperienza vissuta mentre ero in coma. Adesso sapevo chi era la dottoressa anziana che vedevo al suo fianco; ripercorsi le volte che l’avevo vista accanto a lui: Sergio in tutte le occasioni era stanco e preoccupato per il suo lavoro, e lei gli metteva una mano sulla spalla come a rinfrancarlo da tanta fatica. Non l’aveva abbandonato, gli era rimasta sempre accanto. Sergio però non mi avrebbe creduta, per non parlare del singolare appello che sua madre mi aveva rivolto: perché rivolgersi a me e non a lui? Non avevo legami con quella donna.

Rinviando al momento giusto il discorso con Sergio sulla madre, concentrai tutte le mie energie per rimettermi in piedi e tornare alla mia vita, e alla casa al mare.

Dopo tre mesi dall’operazione volli tornare assolutamente in quella casa, alla mia vacanza interrotta: mi sentivo finalmente bene, e anche il chirurgo me lo aveva confermato; inoltre avvertivo la necessità di portare a termine qualcosa che avevo lasciato incompiuto. Riuscii a convincere anche Sergio, che faticosamente si concesse cinque giorni di ferie. Fortunatamente mancava ancora una settimana prima che assumesse ufficialmente l’incarico da primario, per cui riuscì a farsi sostituire. Tornammo a Sabaudia.

Dopo quattro giorni, ero esasperata e nervosa con lui per le sue continue premure e attenzioni: mi trattava come se fossi di cristallo, come se stessimo ancora in ospedale, mi sfiorava appena, i suoi baci erano tiepidi, le sue carezze impalpabili, sentivo che si stava allontanando da me, e non sapevo cosa fare per riportarlo nella mia vita, per metterlo di nuovo in contatto con la mia anima e con il  mio corpo. Dovevo respirare, mi stava soffocando, mi infastidivano i suoi occhi apprensivi sempre addosso, dovevo allontanarlo qualche ora da me, e gli imposi di andare a pescare.

 

Dalla veranda lo vidi allontanarsi, alla luce del tramonto; abbassai lo sguardo per continuare a leggere il romanzo che stavo finendo e che mi aveva molto coinvolta: L’Uomo di ghiaccio, scritto  da una mia collega architetto. La protagonista della storia non si era mai arresa davanti alle  difficoltà insormontabili di un amore impossibile, non dovevo farlo neanche io, non dovevo permettere a Sergio di allontanarsi da me. Quando rialzai dopo pochi minuti lo sguardo verso di lui, vidi che non era più solo, stava camminando a fianco di una persona: non la vedevo distintamente, ma la sagoma me ne ricordò un’altra che spesso avevo visto al suo fianco. Mi alzai di scatto, allarmata, e gli corsi incontro: dovevo capire, dovevo vedere con i miei occhi quello che il cuore mi stava suggerendo, che mi stava gridando contro ogni logica, contro ogni ragione.

In pochi minuti gli fui abbastanza vicina per constatare che Sergio era invece solo, non c’era nessuno vicino a lui.

Sergio ha bisogno di te, ha bisogno che tu lo aiuti, cerca Cime Tempestose…

La voce del sogno era di nuovo nella mia testa. Sergio, allarmato, mi venne incontro.

«Daniela, tutto bene?! Sei così pallida!».

«Tutto bene, tranquillo!».

Non volevo dirgli cosa avevo visto, né tanto meno cosa avevo sentito, non mi avrebbe creduta, ma dovevo capire cosa stava succedendo e perché quella presenza mi diceva di cercare il romanzo di Emily Brontë. Non ne capivo il senso, ma se non stavo impazzendo, un senso a tutto questo doveva pur esserci!

Esther vuole il mio aiuto, non riesce a mettersi in contatto direttamente con Sergio, ma per qualche strano motivo può stabilire un contatto con me!

«Scusami, fa un po’ freddo, preferisco tornare in casa, preparo la cena e quando è pronto ti chiamo».

«Vuoi che rientri con te?».

«No, divertiti, ci vediamo dopo!».

Tornata in casa, ero ancora sconvolta dalla voce che avevo sentito con tanta chiarezza. Tutti i saggi e appunti di medicina, trovati prima dei lavori, li avevo fatti mettere nel capanno, ma non avevo visto libri di narrativa. Andai nel capanno e iniziai a rovistare nei numerosi scatoloni accatastati.

Cercai in tutte le scatole, ma non trovai nulla. Rassegnata, stavo per uscire, quando l’occhio mi cadde sulla vecchia sedia a dondolo della madre, e vidi che c’era una tasca a lato del bracciolo destro: vi misi la mano ed estrassi un piccolo libro, una edizione dei primi del Novecento proprio di Cime Tempestose.

Al suo interno, una busta da lettere, su cui c’era scritto SERGIO.

Corsi da lui con il cuore in gola, mi vide arrivare di corsa e mise a terra, sorpreso, il mulinello con cui stava armeggiando.

«Daniela, tutto bene?!».

«Sì, tranquillo. Ho trovato questa, credo sia per te». Gli misi in mano la lettera, lui l’aprì e, quando estrasse quei fogli, cambiò espressione.

«È di mia madre».

«Lo so. Te la lascio leggere con calma, io torno in casa». Feci per tornare indietro ma mi trattenne.

«Dani, ti prego, resta qui con me».

Ci sedemmo in quella spiaggia semideserta, rischiarati dal tramonto settembrino, lui che leggeva in silenzio la sua lettera, e io che, appoggiata al suo petto, lo tenevo stretto a me. Non mi interessava sapere cosa gli avesse scritto, adesso mi sentivo serena. Osservavo le onde del mare che si infrangevano sul bagnasciuga con moto regolare, emettendo quel fragore intenso e al tempo stesso delicato, come a scandire i battiti del suo cuore. Si schiarì la voce, visibilmente emozionato, e si asciugò gli occhi, almeno in due occasioni; quando ebbe finito di leggere, lo baciai e gli sorrisi, mi prese con la mano il mento e lo sollevò verso di lui, mi guardò intensamente.

«Ti amo, Dani, e non voglio perderti».

 

 

 

Quella sera facemmo di nuovo l’amore, lo sentii di nuovo vicino a me, intenso e appassionato, eravamo di nuovo finalmente tornati ad essere una cosa sola.

La mattina, al mio risveglio, lo trovai in veranda con la lettera in mano, che stava rileggendo. Sentendomi arrivare, si girò e mi sorrise, dandomi il buongiorno.

«Ti va di andare a fare un giro a Sperlonga? Nel centro storico oggi organizzano un mercato dell’artigianato che sono certo ti piacerà; inoltre a pochi metri c’è un ristorante fantastico dove si mangia meravigliosamente».

«Dammi dieci minuti e sono pronta».

Era di buon umore, rilassato, sereno, non aveva accennato neanche al fatto che saremmo dovuti partire la sera stessa per tornare a Roma. Fu una mattinata veramente piacevole: ero incantata da ogni bancarella e dallo scenario storico dove erano dislocate. Ero stata a Sperlonga già altre volte, ma in quel contesto mi sembrava completamente diversa; se non mi avesse trascinata di forza al ristorante, probabilmente avrei dato fondo alla mia carta di credito. Entrati in quell’incantevole grottino situato nella parte più alta del centro, fummo condotti in una meravigliosa balconata a picco sul mare, dove rimasi completamente ammutolita dalla veduta. Eravamo soli in attesa di decidere cosa ordinare, quando Sergio ruppe il silenzio.

«Grazie, Daniela, di tutto».

«Di cosa?!».

«Di aver trovato la lettera di mia madre, perché se non l’avessi letta, proprio in questo momento cruciale della mia vita, avrei commesso un grosso errore, il più grosso della mia vita!».

«Non capisco, Sergio, ma a cosa ti riferisci?». Mi prese le mani e si avvicinò a me con la sedia.

«Voglio condividere la mia vita con te, e non più solo ed esclusivamente con il mio lavoro». Lo guardai perplessa, non riuscendo a capire esattamente cosa volesse dire.

«Ho deciso di non accettare il posto da primario: chiuderò lo studio privato, e lavorerò solo in ospedale, per le ore strettamente necessarie agli interventi e in urgenze specifiche». Sospirò e mi sorrise, stringendomi entrambi le mani nelle sue. Io continuavo a guardarlo e a sentire le sue parole senza riuscire a dire nulla, sopraffatta da quello che mi stava dicendo, dal turbinio di emozioni che le sue parole suscitavano nella mia testa.

«La lettera di mia madre mi ha aperto il cuore e ha fatto uscire tutti i sentimenti negativi, i rancori e le rabbie represse che mi illudevo potessero svanire solo buttandomi a capofitto nel lavoro…».

Continuai a stare in silenzio, con una crescente commozione che mi stringeva la gola.

«In quelle pagine ha scritto tutto quello che avevo bisogno di sentirmi dire da anni. Mi ha detto che mi amava profondamente, ma che non era in grado di dimostrarmi amore semplicemente perché lei non era mai stata amata. Orfana di entrambi i genitori, era vissuta in casa di una vecchia zia che  le aveva permesso unicamente di studiare, ma non di conoscere la vita, meno che mai l’amore. Mi parlò di un unico amore giovanile che non si era permessa di vivere, restando con il rimpianto di avere anteposto le sue aspirazioni a quel bel tranviere dagli occhi smeraldo e dal sorriso infinito,   che amava tanto ritrarla nei suoi quadri…».

Ebbi un sussulto. Mio nonno! Lui è l’anello di congiunzione tra me ed Esther!

Sergio non si accorse del mio stupore e continuò: «Pensava che il modo giusto di amarmi fosse quello di condividere con me la sua passione per il lavoro, e quando ha capito di aver sbagliato  tutto, era troppo tardi, mi aveva perso. Mi ha spiegato che quando rimase incinta di me, aveva quasi quarant’anni, e fu una gravidanza inaspettata, per lei più che una gioia una grande preoccupazione; aveva appena saputo di aver vinto il concorso da primario, e la gravidanza era un grosso ostacolo a questa promozione: negli anni Sessanta era molto complicato per una donna fare carriera. Dovette nascondere a tutti la sua gravidanza finché non fu ufficializzato il suo incarico, e dopo, quando si seppe che era incinta, da molti suoi colleghi non fu più vista di buon occhio. Passò l’intera sua vita a dimostrare che una donna poteva, malgrado i figli, fare gli stessi turni degli uomini, occupare ruoli

 

di rilievo, non prendere mai un giorno di malattia o permessi per motivi familiari, nessun turno preferenziale… Si rese conto troppo tardi che tutto ciò non era possibile senza sacrificare me, suo figlio».

«Che altro ti ha scritto?».

«Una cosa che mi ha fatto immensamente felice e mi ha sollevato da un grande rimpianto:   sapeva che ero diventato medico, era addirittura presente il giorno della mia laurea. Mi aveva  seguito durante tutto il mio percorso universitario, grazie al preside della facoltà di medicina di Padova, che era un suo compagno di corso all’università e con il quale era rimasta in contatto. Mi ha confessato di aver mosso alcune sue conoscenze, dopo aver saputo che avevo vinto la borsa di studio, per farmi fare l’internato proprio al Policlinico: sperava così di potersi riavvicinare a me.  Non mi serbava rancore, aveva compreso la mia decisione di starle lontano, capiva il mio rancore  nei suoi confronti e si sentiva in colpa per non essere stata capace di fare la madre. Era immensamente orgogliosa di me e dell’uomo che ero diventato, e mi chiedeva di perdonarla».

Pur commossa da quanto mi stava raccontando, intuii che c’era ancora dell’altro, e infatti, quando il cameriere si fu allontanato, continuò:

«Ma la cosa più importante che mi ha detto è stata quella di dare spazio all’amore e di permettere alle persone care di amarmi e di amarle. Il lavoro non deve fagocitarmi, altrimenti rischierei di morire da solo senza gli affetti più importanti, come è successo a lei. Ti amo, Daniela, voglio  passare il resto della mia vita con te e cercare di amarti come meriti».

«Ti amo anch’io, Sergio».

Ora sapevo perché Esther aveva stabilito un contatto con me, perché aveva chiesto il mio aiuto. Era lei la donna del dipinto di mio nonno, quella che gli aveva spezzato il cuore e che lui aveva perdonato pur continuando ad amarla per oltre mezzo secolo.

Quella notte stretta tra le sue braccia, sognai di nuovo…

 

Due sagome indistinte, eteree, impalpabili, avvolte da una forte luce, probabilmente un uomo e una donna (solo questo sono in grado di percepire dalle loro figure che mi danno le spalle), ai piedi di una grande scalinata di cui non si riesce a scorgere la fine.

«Aspettate!» grido loro.

Non si muovono né si girano verso di me, ma all’improvviso me li ritrovo di fianco, vicinissimi. Malgrado la vicinanza e la mia curiosità, non posso distinguere i loro volti, né riconoscere le loro voci. Mi parlano insieme, misurati, come un unico suono che racchiuda diversi strumenti:

«Eravamo anime inquiete, ora non più. Grazie».

Non aggiungono altro, si allontanano di nuovo da me. Li vedo percorrere la scalinata, insieme, mano nella mano.

 

 

 

Mi svegliai, la stanza era illuminata dalle prime luci dell’alba, Sergio su un fianco che mi guardava.

«Già sveglia?» mi domandò.

«Ho fatto un sogno».

«Cosa hai sognato?».

«Anime inquiete… Come quelle di Cime tempestose, che vagavano per la brughiera in cerca di pace, aspettando di ritrovare il perduto amore».

«Le nostre anime sono ancora inquiete?!»

«Non più, ora hanno trovato la pace!».

 

 

 

 

Dedicato a mio nonno, il mio angelo custode, l’unica nota reale di questo racconto. Mi ha emozionato profondamente scrivere di lui e del nostro legame speciale.

 

 

 

Manuela Saliola intreccia la rappresentazione dei legami affettivi più forti e duraturi (genitori- figli e relazione amorosa), analizzati nella loro complessità, con l’elemento soprannaturale o spirituale, che consente di illuminare un abisso altrimenti destinato all’oblio. Le anime inquiete dei personaggi vagano alla ricerca le une delle altre, divise da una nebbia che il deus ex machina del racconto riesce a diradare, con un lieto fine non gratuito, che passa attraverso la sofferenza e la consapevolezza di sé.