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Anime inquiete di Manuela Saliola

Parte I

 

Anche in quella rigida mattina di novembre mi ritrovavo sul mio motorino, direzione università, dieci chilometri nel traffico romano, con le storiche strade a toppe e sampietrini, che noi motociclisti tanto amiamo. L’aria era fredda e il traffico intenso, la mia mente vagava agli impegni della giornata: lezione di analisi II a Gramsci, fisica tecnica a Flaminia, e infine revisione di restauro a Fontanella Borghese; tutti incastri perfetti, possibili solo grazie a PEO, il mio indispensabile motorino, in modo che, per l’ora di pranzo, sarei stata finalmente libera di andare a trovarlo.

Era un mese o poco più che tutti i giorni facevo avanti e indietro dal Policlinico Umberto I, dove era ricoverato, dapprima nella speranza che presto lo avrei potuto riavere nella mia vita, poi nella consapevolezza che i suoi giorni si sarebbero conclusi in quella triste e fredda stanza di ospedale, senza che io potessi far nulla per cambiare le cose. Non era un bel periodo per me, non ci si può rassegnare a perdere una persona che si ama. Pregavo tanto nella speranza che un miracolo potesse estirpargli quel male dal corpo, restituendomelo in tutto il suo vigore, ma vedevo che di giorno in giorno la sua salute peggiorava.

In un battibaleno all’ora di pranzo ero lì con lui, e questo mi rendeva felice, perché sapevo che mi stava aspettando: si illuminava vedendomi entrare nella stanza. Era un orario in cui nessuno andava a trovarlo, e potevo averlo tutto per me. Al mio arrivo lui subito mi sorrideva, e io correvo ad abbracciarlo.

«Come ti senti oggi, nonno?».

«Bene, tesoro, mai stato meglio!».

 

Un giorno venne a trovarlo una sua cugina suora che non vedevamo da tanto, ma alla quale lui era molto affezionato; la vidi arrivare lungo il corridoio, le andai incontro spingendo nonno sulla sedia a rotelle, lei mi vide e mi sorrise, poi abbassò lo guardò e fece una espressione che mi trafisse il cuore: non lo aveva riconosciuto, così magro e scavato in viso, pallido come un lenzuolo. Le feci segno, e lei, comprensibilmente sconvolta dalla sua vista, cercò di far finta di nulla e gli si avvicinò salutandolo. Io mi allontanai da loro lasciandoli chiacchierare da soli; avevo bisogno di riprendere fiato, e uscii in quello che sembrava essere un piccolo giardino, anche se ormai spoglio e invaso da motorini e biciclette.

Mi sedetti sull’unica e solitaria panchina che trovai libera, mi portai le ginocchia al mento chiudendomi a riccio e iniziai a piangere in silenzio, senza riuscire a smettere. Non mi ero resa   conto dell’enorme cambiamento fisico del nonno fino a quel momento, ma l’incontro di pochi minuti prima mi aveva riportato all’amara realtà.

«Tutto bene, signorina?» mi sentii domandare alle mie spalle. Alzai il viso e, asciugando una lacrima con la mano, vidi un giovane uomo, con la barba incolta di qualche giorno e il viso gentile, in camice bianco, che mi guardava preoccupato. Probabilmente un medico.

«Non direi proprio» risposi con un filo di voce, tirando su col naso.

Senza aggiungere altro mi si sedette accanto e mi porse un bicchiere di carta.

«Lo prenda, è tè del distributore, non è un granché, ma le farà bene».

Riuscii solo con quell’estraneo a parlare di quello che stavo vivendo in quel periodo. Lui mi ascoltò in silenzio, poi mi disse, prima di congedarsi:

«Con il mio lavoro, sono quotidianamente a stretto contatto con la morte: all’inizio la si teme, fa paura, ma poi ci si abitua e la si impara a rispettare, perché si acquisisce la consapevolezza che è solo una fase di passaggio dell’essere umano. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Il corpo diventa polvere, ma dello spirito sono certo che qualcosa resta».

«Crede ci sia una vita dopo la morte?» chiesi, un po’ dubbiosa.

 

«Credo che ci sono moltissime cose che la scienza non è in grado di spiegare…». Così dicendo, sorrise, mi diede un buffetto sulla guancia e mi salutò.

Guardai verso la camera di mio nonno, poi tornai con lo sguardo nella sua direzione e lo vidi entrare nella clinica di cardiochirurgia, al suo fianco una dottoressa, anche lei in camice bianco e con i capelli di un bianco candido raccolti in una pesante cipolla dietro la nuca; aveva una mano posata sulla sua spalla.

Non c’eravamo neanche presentati, ma il cuore mi diceva che prima o poi lo avrei rivisto.

 

Quella stessa sera, a cena con i miei familiari, sentii la nonna che diceva di aver trovato il nonno molto giù di morale, tanto che aveva chiesto di essere riportato a casa a morire; evidentemente l’incontro della mattina avuto con la cugina suora aveva aperto gli occhi anche a lui sulle sue reali condizioni.

Proposi di assumere una infermiera che potesse occuparsi del nonno a casa, ma la nonna si oppose facendone una questione di denaro. La risposta della nonna, che non mi aspettavo, e la mancata presa di posizione di mio padre, furono per me una pugnalata: mai mi sarei aspettata che la mia famiglia non esaudisse l’ultimo desiderio di una persona cara in fin di vita, lasciando che si spegnesse in una squallida camera di ospedale, lontano da tutti i suoi affetti, dalle sue tele e dai suoi colori.

Mio nonno morì dieci giorni dopo. Piansi tutte le mie lacrime, e mi si aprì una voragine nel cuore che mi sembrò incolmabile; ce l’avevo con tutti quelli che mi circondavano, con mia nonna che non lo aveva riportato a casa, con mio padre che non si era opposto a quella che a me sembrava una mostruosità, con il resto del mondo perché non poteva capire il mio dolore.

 

Qualche mese dopo la sua morte, era il ventitré giugno, tornando dall’università, mentre percorrevo il Muro Torto, improvvisamente, in una delle tante gallerie, sentii chiara e limpida la sua voce nella mia testa: Lellè, rallenta subito e accosta! Così feci, come se fosse la cosa più naturale del mondo sentire la voce del mio defunto nonno che mi parlava; con calma e freddezza rallentai e mi accostai a un sottopasso.

Un istante dopo, dietro di me sfrecciò una macchina ad alta velocità, che mi superò sbandando nella mia direzione, inseguita da una volante della polizia. Se non mi fossi accostata, di certo mi avrebbe travolta.

Ebbi in quel momento la consapevolezza che il nostro legame non si era spezzato con la sua morte.

Ci vollero però ancora molti mesi prima che riuscissi a riappacificarmi con il resto del mondo e con la mia famiglia. Ricordo che mancavano solo due giorni alla Pasqua, e di notte feci un sogno…

 

Sono all’aperto, e c’è tanta gente intorno a me, composta, in fila, come un numeroso gregge di pecore ordinato. Avverto un gran caldo che mi infastidisce, la giornata è molto assolata e non c’è un riparo all’ombra, l’aria sembra ferma, non un tiepido spiraglio di vento che mi permetta di scrollarmi quel fastidio che sento sempre più prepotente. Inizio a sudare e mi dolgono i piedi; sono costretta, mio malgrado, a seguire quelle persone su un terreno ciottoloso, incerto, che mi fa barcollare di tanto in tanto. Unica nota positiva è il profumo di mimose che invade l’aria e la rende meno afosa e pesante, nonché le campane di sottofondo che suonano a festa, accompagnando  quella che sembra ormai chiaro essere una processione.

Non capisco dove mi trovo: sono in aperta campagna, e vedo una piccola costruzione in lontananza, dove la gente si sta dirigendo; sono in fila dietro a molti e seguo in silenzio, mi precede un’alta figura vestita con un saio bianco e un cappuccio tirato sul capo; ha grandi spalle, oltre le quali non riesco a vedere.

All’ultimo rintocco delle campane, inizia la funzione religiosa all’aperto, e qualcuno, indistinto e lontano, comincia a parlare alla folla radunata, che si ammutolisce. In quel preciso istante la persona davanti a me si volta e si cala sulle spalle il cappuccio che ne copre parzialmente il volto.

 

La folla intorno a me svanisce come d’incanto, e mi ritrovo da sola con lui, rapita dall’immagine bellissima del volto sorridente di mio nonno, non più segnato dalla malattia: è lui come volevo ricordarlo, il viso tondo e colorito, i suoi grandi occhi verdi di nuovo sereni e felici. Gli sorrido raggiante, e istintivamente alzo le mani per toccarlo, lui le stringe tra le sue: sono calde, piene e rassicuranti come nel mio ricordo. Mi guarda negli occhi, in quel suo modo speciale, e mi dice, ancor prima che io possa aprire bocca: «Tesoro di nonno tuo, non disperarti, gioisci con me: io sto bene e sono molto felice qui dove mi trovo!».

 

Mi svegliai in preda alle lacrime: non sapevo in quel preciso istante cosa mi fosse successo, il cuore mi batteva forte in petto. Era la prima volta che un sogno mi faceva piangere e che ne ricordavo i dettagli con tanta chiarezza al risveglio; la cosa mi stordì, non ne capivo la ragione.

 

Venne il giorno di Pasqua, non lo volli passare in famiglia, ma in campagna con i genitori del mio ragazzo. Non ero di buon umore: era una festa che nonno adorava, e non essere con i miei parenti, anche se per mia scelta, mi metteva in uno strano stato d’animo.

Erano le undici di mattina quando tutta la famiglia, inaspettatamente, si preparò per andare a messa nella chiesetta che da poco era stata inaugurata, e io mal volentieri fui costretta ad andare con loro.

Faceva un caldo infernale, e la strada in terra battuta mi faceva barcollare di tanto in tanto. Mentre il fastidio cresceva, vidi tanta gente in processione davanti a me, e ai lati della strada basse siepi di mimose in fiore e una piccola costruzione in fondo, che quasi si faceva fatica a scorgere, si vedeva solo il piccolo campanile, che iniziò a suonare. Mi ci volle un po’ per mettere a fuoco quello che stava accadendo, ero frastornata: tanta gente sotto il sole, le campane, la cerimonia celebrata all’aperto, anche gli odori, era tutto tremendamente uguale al mio sogno!

Quando finalmente realizzai e capii quello che stava accadendo e perché, piansi tutto il tempo della funzione. Ebbi in quel momento la conferma che nonno stava bene, aveva voluto dirmelo lui stesso, e io dovevo accettare la sua perdita e tornare ad essere serena, come mi aveva chiesto lui.

Da quel giorno un grande macigno mi si sollevò dal cuore, e per quanto lui mi mancasse, la rabbia e il dolore sordo mi abbandonarono, lasciando il posto alla gratitudine per averlo avuto nella mia vita e alla tenerezza dei ricordi che mi aveva lasciato. Con questa nuova consapevolezza e positività mi riavvicinai anche agli affetti che avevo allontanato da me .

 

Finalmente il giorno della laurea. Le persone a me più care erano lì con me, ne mancava solo una.

“Viviani Daniela, prego!” si sentì all’improvviso tuonare nell’aula magna.

Mi avvicinai alla commissione, composta da non so quanti professori, e il mio relatore carinamente introdusse il tema della mia tesi al gruppo, e così, guidata da lui, iniziai a spiegare il mio lavoro. Non so per quanto parlai, ma alla fine ero molto soddisfatta e lo era anche il mio professore, che mi fece un cenno di approvazione.

Esaminato anche l’ultimo candidato, fummo allontanati dall’aula magna per dare modo alla commissione di riunirsi e decidere le votazioni. Dopo mezz’ora rientrammo, ci fecero avvicinare alla grande cattedra chiamandoci ad uno ad uno ad alta voce.

“Complimenti, dottoressa Viviani! 108!”. Sentii cedere le gambe dall’emozione, a stento riuscii ad allungare la mano per stringerla al mio relatore, che me la porgeva con un sorriso soddisfatto.

Ero finalmente un architetto! Non riuscivo a crederci, ero a dir poco euforica, e abbracciai i miei genitori e mia nonna con le lacrime agli occhi: fu la sensazione più forte, eccitante e liberatoria  della mia vita.

Tornando a casa, passammo davanti al Verano, e nella mia testa risuonò di nuovo la sua voce nitida e sarcastica: Certo che potevano darti 110, che voto è 108?!

Mia nonna quello stesso giorno mi regalò un quadro dipinto da mio nonno al quale tenevo moltissimo; amavo tutti i suoi quadri, ma quello in particolar modo, perché era un suo autoritratto e

 

perché era l’ultimo che aveva realizzato. Non aveva mai amato dipingere persone o volti, preferiva di gran lunga nature morte e paesaggi, ma in quell’ultima opera si era raffigurato da giovane in tenuta da tranviere mentre dipingeva su una grande tela me, a mezzo busto con i miei pennelli nella mano destra, e alle sue spalle un quadro con un bellissimo volto di una donna sconosciuta, dai capelli biondi mossi e dai grandi occhi verdi.

Ringraziai commossa mia nonna e le chiesi: «Sai chi è la donna del ritratto?».

«Credo si chiamasse Esther, se ne innamorò che era poco più che un ragazzo, aveva diciotto anni appena, e la storia durò meno di un anno, ma credo lo abbia segnato profondamente…».

«Perché dici questo?».

«Non mi parlò mai di lei, ma quando seppe, pochi mesi prima di ammalarsi, che era morta l’estate precedente, dipinse questo quadro. Fu allora che me ne parlò per la prima volta, ma lo fece con una tale malinconia negli occhi, che mi dissero molto più di quanto riuscirono le sue parole».

 

 

 

Parte II

 

Alla soglia dei quarant’anni, non so perché, ma si avverte il bisogno di fare il bilancio della propria vita: sogni realizzati, sogni che non si avvereranno mai, sconfitte, amori, rimpianti e tanto altro che inevitabilmente immalinconisce, perché ci si rende conto che i progetti e le aspirazioni giovanili non si sono realizzati, e questo fa piombare in uno stato di totale apatia, come se nulla d’ora in avanti si potesse più sperare riguardo ai sogni coltivati quando si era giovani e temerari.

Avevo raggiunto pochi traguardi, ma in compenso le sconfitte erano molte. Una fra tutte, la più pesante della mia vita, era stata il divorzio. Ci eravamo conosciuti poco più che adolescenti, ma eravamo cresciuti insieme con ambizioni, priorità e ideali completamente diversi l’uno dall’altra, diventando a poco a poco due estranei.

C’erano voluti sei mesi per definire le modalità della separazione, e avevo voluto evitare con  tutta me stessa una guerra giudiziaria nella quale anche i miei ragazzi sarebbero stati arruolati loro malgrado, per cui avevo deciso che l’unico modo era quello di essere GENTILE. Gli avevo lasciato la casa coniugale lasciando che il giudice stabilisse l’ammontare degli alimenti per i figli, che  sarebbero rimasti con me.

 

Non fu un periodo facile per tutti noi, devastati da quei mesi di lotta interna; riuscivamo per fortuna a trovare conforto solo a casa dei miei genitori, nella quale ci eravamo trasferiti momentaneamente nell’attesa di trovare una casa in affitto.

Una sera, a cena, mio padre mi annunciò che l’anziano dirimpettaio era morto e che aveva contattato l’unico nipote per chiedere se era intenzionato a vendere. Aveva già contrattato il prezzo e fatto un preliminare di acquisto, e aggiunse che quella casa sarebbe stata perfetta per me e i bambini; voleva vedermi serena e di nuovo felice come quando ero ragazza, e il primo passo era una casa tutta nostra.

Mi gettai tra le sue braccia e piansi felice, avvolta dal suo rassicurante abbraccio.

 

Fortunatamente la ristrutturazione della mia nuova casa assorbiva ogni mia energia e mi ricaricava di rinnovata fiducia: doveva essere perfetta per me e per i miei figli.

Il giorno finalmente arrivò: quando spalancai l’uscio di casa, i bambini corsero dentro eccitati, i miei rimasero solo qualche passo indietro, ma erano visibilmente felici e commossi.

Sentii urlare il piccolo: «Venite a vedere la mia cameretta! Mamma, è bellissima!». Il grande uscì dalla sua camera e mi abbracciò senza dire nulla.

Ero finalmente felice e serena dopo mesi.

«E non finisce qui! C’è una sorpresa tutta per voi in terrazza».

Uscirono, e un istante dopo cominciarono entrambi a gridare di gioia. Al centro della terrazza trovarono un tenero fagottino peloso ad aspettarli.

 

Quella stessa sera eravamo tutti e tre abbracciati sul divano, e la piccola Hope giocava ai nostri piedi, quando mio figlio Giacomo, il più grande, mi disse, abbracciandomi forte, una cosa che non mi diceva da tempo: «Mamma, ti voglio bene !».

«Anche io, amore mio, più della mia stessa vita, e non avrei voluto farvi soffrire, neanche per un istante, ma a volte i genitori commettono degli errori…».

Non mi fecero finire, mi strinsero entrambi in un abbraccio: «Tu non fai mai errori! Sei la nostra mamma!». Scoppiai a piangere di gioia, e tutti i miei sensi di colpa accumulati nei loro confronti, per non avergli saputo dare una famiglia unita, come quella in cui ero vissuta io, scomparvero.

Quella notte dormimmo tutti e tre nel lettone, e anche Hope si unì a noi di soppiatto. La mattina seguente era domenica: per me l’inizio di una nuova vita.

 

I mesi passavano, e i bambini vedevano regolarmente il padre e sembravano sereni, il che rasserenava anche me.

Quello stesso anno mi confermarono un grosso appalto pubblico per una progettazione importante: terrorizzata ed eccitata per l’occasione unica che mi si era presentata, mi buttai a capofitto nel lavoro.

Sembrava finalmente tutto filare per il verso giusto, quando un giorno, a lavoro, mi chiamò mia madre: papà era stato ricoverato d’urgenza al Policlinico per un malore.

Iniziò il nostro calvario di medici e diagnosi incerte, che durò per mesi.

Come per mio nonno, mi ritrovai a distanza di anni a raggiungere tutti i giorni in quello stesso ospedale mio padre all’ora di pranzo per stare un po’ con lui e poi tornare a lavoro.

Una mattina ero appena arrivata, quando vidi uscire dalla sua stanza una équipe di quattro medici in camice bianco e tre infermiere; fermai il primario, l’unico che conoscevo, chiedendo spiegazioni sullo stato di mio padre. Bruscamente mi informò che l’indomani sarebbe stato operato. L’esito dell’intervento era incerto, ma avrebbero fatto il possibile.

Non riuscii ad entrare nella stanza, con le lacrime agli occhi uscii dal reparto dirigendomi in giardino. Mi ritrovai seduta su una panchina, a piangere a dirotto come una ragazzina.

«Tutto bene?». Alzai il viso e, asciugando una lacrima con la mano, vidi uno dei medici che poco prima era da mio padre.

«Mi sembra che nulla vada bene!» risposi con un filo di voce.

«Lo prenda, è tè, le farà bene».

Poi mi guardò pensieroso e aggiunse: «Mi sembra di aver già vissuto questa scena…».

In quel momento lo riconobbi e gli sorrisi: «Perché l’abbiamo già vissuta venti anni fa. Io ero molto più giovane, disperata per mio nonno, e ora sono di nuovo qui, disperata per mio padre…».

Gli si illuminò il viso capendo a cosa mi riferivo e, senza commentare, continuò: «Ma non deve disperarsi, domani andrà tutto bene!».

«E lei come fa a saperlo? Ha sentito il primario poco fa!».

«Il primario è di poche parole, per lui tutte le operazioni sono ad alto rischio, non fa mai un distinguo per tranquillizzare le persone che ha davanti. Le assicuro che suo padre è in ottime mani».

«Crede?».

«L’opererò io, ho fatto molte operazioni di questo tipo…». Mi mise una mano sulla spalla e proseguì: «Non posso nasconderle che è una operazione delicata e comporta dei rischi, ma suo padre ha un difetto congenito al cuore che va operato e che gli permetterà di riprendere una vita del tutto normale; considerando il suo ottimo stato di salute generale e la sua età, io sarei molto fiducioso in una rapida ripresa».

«Grazie, dott…?» dissi con un filo di voce.

«Mi chiamo Sergio Naspi» rispose lui sorridendomi. «Adesso vada a tranquillizzare suo padre, temo che il primario abbia allarmato fin troppo anche lui. Ci vediamo domani!». Lo disse allontanandosi e rientrando in reparto.

 

La mattina seguente tutta la mia famiglia era in ospedale, nel corridoio davanti alla sala operatoria. Lo stavano preparando e tra breve lo avrebbero portato giù per farcelo vedere prima dell’intervento. Vidi entrare dei medici e fra questi notai che c’era anche lui; accennai un saluto, ma non mi vide, concentrato e pensieroso com’era; poco dopo scese anche papà. Sembrava sereno, mi aveva detto che un dottore era andato a parlare con lui e gli aveva spiegato l’intervento tranquillizzandolo.

Passarono cinque ore che sembrarono interminabili, ma finalmente la porta della sala operatoria si aprì. Uscì il dottore che si guardò intorno per un momento, mi vide e mi venne incontro, era visibilmente stanco.

«È andato tutto bene, è stato solo più complicato del previsto».

«Grazie!» gli dissi con le lacrime agli occhi e, d’istinto, lo abbracciai. Lui si irrigidì impercettibilmente, e io allentai subito la presa arrossendo: «Mi scusi!».

«Di nulla, capisco la sua gioia» mi salutò con un cenno allontanandosi.

Abbracciai mia madre, mi girai per guardare di nuovo nella sua direzione, e lo vidi lungo il corridoio a fianco di una anziana collega dai capelli bianchi che stava dietro di lui di un passo e gli teneva una mano sulla spalla destra, quasi a rinfrancarlo dalla fatica dell’operazione.

 

Il giorno dopo andai a trovare mio padre all’ora di pranzo: stava magnificamente, e mi disse che lo avrebbero dimesso l’indomani. Chiesi del dottor Naspi, volevo parlare con lui, ma mi dissero che era impegnato in sala operatoria.

All’uscita dall’ospedale, qualche ora dopo, ritrovai a terra il mio motorino, provai a tirarlo su, ma non riuscivo a sollevarlo perché si era incastrato tra la catena troppo corta e il palo a cui era legato.

«Lasci fare a me!». Una figura alta con poche manovre lo rimise in piedi. Quando si girò verso di me, vidi che era lui, il dottor Naspi.

«Salve, dottore, e grazie di nuovo!».

«Salve, signora…?».

«Daniela, mi chiamo Daniela Viviani!».

«Piacere, Daniela. Temo che non potrà andare lontano, ha il manubrio storto».

«È un bel guaio!».

«Se vuole, posso darle un passaggio a casa e chiamare un meccanico che è qui vicino».

«La ringrazio, è molto gentile, ma non voglio incomodarla».

«Nessun incomodo, si figuri».

 

Non mi feci pregare: poter passare del tempo con lui era quello che in fondo desideravo, anche se ancora non mi erano del tutto chiare le ragioni. Fu il passaggio più piacevole della mia vita, non so quanto ci volle per arrivare sotto casa mia, ma il tempo mi sembrò troppo breve. Parlammo di molte cose e alla fine passammo dal lei al tu. Sergio non solo era spiritoso, ma per la prima volta notai anche che era un bell’uomo.

Arrivati sotto casa, gli offrii di cenare con me: i bambini erano dal padre, e io volevo ricambiare la sua cortesia. Inaspettatamente accettò. La casa gli piacque molto, mi disse che anche la sua doveva essere ristrutturata e che aveva proprio bisogno di un bravo architetto che lo consigliasse.

Dopo la separazione dalla moglie, le aveva lasciato la casa coniugale e aveva comperato il primo appartamento vicino all’ospedale, dove si era trasferito alla svelta senza poter far nulla per renderlo accogliente.

La cena fu semplice, veloce e piacevole, e continuammo per molte ore a parlare di noi e delle nostre rispettive vite matrimoniali. Si era fatta quasi mezzanotte quando lui, visibilmente stanco, si congedò ringraziandomi per la bella serata. Mi chiese il numero di telefono promettendomi di chiamarmi per un sopralluogo a casa sua: voleva assolutamente poter rincasare provando la stessa piacevole sensazione che gli aveva trasmesso il mio appartamento.

Sulla porta indugiò un secondo come se volesse dire altro, ma non aggiunse nulla, e mi salutò con una formale stretta di mano e la promessa che presto mi avrebbe chiamata.

 

Mio padre tornò a casa due giorni dopo. Di Sergio invece non ebbi più notizie.

 

Tre settimane più tardi arrivò una chiamata da un numero sconosciuto. Risposi: era il mio

dottore.

«Buongiorno, Daniela, sono Sergio, avrei voluto chiamarti prima, ma mi hanno assegnato dei turni in ospedale pazzeschi e ho dovuto spostare tantissimi appuntamenti a studio, facendo degli orari assurdi. Non sono riuscito a liberarmi se non adesso».

«Non ti preoccupare, capisco che hai una vita piuttosto impegnata».

«Non sai quanto! Comunque ora ho due giorni filati di libertà, e vorrei farti vedere casa. Che ne dici, riesci a liberarti per domani mattina?».

«Assolutamente! Dammi l’indirizzo, ci vediamo domani da te verso le dieci».

 

L’indomani, puntuale, ero sotto casa sua, un palazzetto d’epoca del primo Novecento, senza ascensore. Lui abitava al secondo piano e affacciava proprio su viale del Policlinico. In effetti, l’appartamento era piuttosto squallido: pavimenti con le vecchie graniglie di marmo differenti per ogni stanza, pittura bianca alle pareti, porte di legno scuro, pochi arredi essenziali; risultava freddo e spoglio, e capivo perfettamente perché non fosse un piacere per lui tornare a casa. Ma aveva una grande vista e tanta luce, era ben diviso, e se ne poteva fare un vero gioiello.

Mi concentrai sul mio lavoro: rilievo, misurazione e appunti. Dopo circa due ore avevo finito.

«Pranziamo insieme o devi scappare via?» mi chiese Sergio mentre stavo rimettendo a posto il bloc-notes e il laser per le misurazioni.

«Solo se cucini tu» dissi scherzando.

«Assolutamente!».

«Davvero?» replicai.

«Non ci crederai, ma sono un ottimo cuoco! Mi piace cucinare: mia moglie era un disastro ai fornelli, e anche da studente universitario ho sempre cucinato io per tutti».

 

Fu un pranzo delizioso, e arrivati al caffè mi congedai malvolentieri, perché dovevo prendere i bambini a scuola e portarli in palestra.

Lo salutai, e stavo dirigendomi alla porta quando, esitante, mi fermò sul pianerottolo:

«Daniela, se hai voglia, domani ho la giornata completamente libera da impegni, e mi piacerebbe passare del tempo con te». Arrossii imbarazzata.

«Domani è venerdì, sono libera anch’io da impegni di lavoro e familiari. Che programma hai?».

«Per il momento quello di passarti a prendere alle nove, e poi vediamo…».

«Ok, a domani!».

Scesi le scale a due a due, con l’eccitazione e la frenesia di una ragazzina al suo primo appuntamento. Realizzai che per me lo era, eccome! Da oltre un quarto di secolo non ne avevo uno. Oh mio Dio!!!

Entrai nel panico: cosa dovevo mettermi? avrei dovuto truccarmi? e se mi avesse baciata? e se… Divenni rossa alla sola idea di fare l’amore con una persona che non fosse il mio ex. Come potevo pensare di spogliarmi davanti a un estraneo e mostrargli un fisico che nascondevo perfino ai miei occhi?

Mia madre e una mia cara amica, saputa la novità, mi diedero forza e coraggio, non perdendo occasione per prendermi in giro: «È come andare in bicicletta, non si scordano certe cose!».

Quella notte presi sonno a fatica.

 

La mattina seguente, puntuale, citofonò, e io scesi. Era venuto in moto e aveva portato un casco anche per me. Ci salutammo con un bacio sulla guancia e montai in sella senza avere la lucidità di chiedere neanche dove fossimo diretti. Ero avvinghiata a lui e respiravo il suo odore: mi dava una tale sicurezza quella persona (poco più di un estraneo per me) da farmi sentire sopraffatta, come una

 

dodicenne. Sperai di non rendermi ridicola per la forte emozione inaspettata: ero completamente inebriata da lui.

Sentii spegnere il motore e mi ridestai dai miei pensieri.

«Siamo arrivati!» annunciò scendendo e aiutandomi a fare altrettanto.

«Dove siamo?».

«Sabaudia, la conosci?».

«Molto poco, come mai qui?!».

«Ho una casa di famiglia sulla spiaggia, in cui amavo venire quando avevo tempo, è un posto a cui sono molto legato, ed è una delle cose che fortunatamente non è riuscita a ottenere mia moglie con la separazione». Così dicendo mi prese per mano, e ci incamminammo verso il bagnasciuga.

«Posso chiederti come mai ti sei separato?».

«Un giorno, all’improvviso, mi ha confessato di non essere più innamorata di me, voleva una famiglia che io non potevo darle. Avevo da subito messo in chiaro che per il mio lavoro non volevo figli, sarebbe stato egoista volerne per poi privarli dell’affetto e del tempo. Sembrava aver accettato all’inizio della nostra storia questa mia volontà, ma poi, alla soglia dei quaranta, l’ha vissuta come una imposizione che non ha più tollerato. Si è invaghita del suo capoufficio, con cui adesso ha due gemelli. Vivono tutti e quattro felici nella casa che io le ho comprato».

«Da quanto tempo sei separato?».

«Ormai sono divorziato già da tre anni! E tu?».

«Separata da un anno: è stata dura rimettere in piedi la mia vita senza di lui».

«Ma ce l’hai fatta. Ne eri molto innamorata?».

«Sì, molto, è proprio questo che non mi ha fatto rendere conto che a tempi alternati, sempre più di frequente, eravamo diventati due estranei, separati in casa. Dopo una lite non seguiva mai un chiarimento costruttivo, mai una scusa! Era terribile, e prenderne coscienza è stato un processo lungo e doloroso che ha richiesto molti anni».

«Mi spiace per te».

«Adesso stiamo bene! I ragazzi sono sereni, adorano la nuova casa e stare vicino ai nonni, che li viziano terribilmente ».

«Come mai non sei rimasta nella casa coniugale?».

«Non ho voluto, il mio orgoglio non me lo ha permesso: quella casa l’avevano donata i suoi genitori a lui prima di sposarci. Se gliela avessi tolta, avrei ulteriormente inasprito i nostri rapporti, e volevo, per il bene dei bambini, che restassero il più possibile civili».

«Sei stata molto materna».

«È un modo carino per dirmi che sono stata fessa, come sostengono le mie amiche?!».

«Assolutamente no, penso sia stato un atto d’amore verso i tuoi figli».

«Grazie, lo considero un grande complimento!».

«Lo è», e mi strinse la mano.

Continuammo a parlare di noi per ore, passeggiando lungo la spiaggia; il tempo sembrava essersi fermato, eravamo sospesi in un limbo, e avremmo potuto continuare per sempre se non fosse stato per l’appetito, che all’ora di pranzo ci richiamò alla realtà. Mi portò in un delizioso ristorantino sul mare in cui mangiammo meravigliosamente, e mi intrattenne con curiosi aneddoti ospedalieri che rasentavano l’inverosimile.

Sapeva essere molto ironico e spiritoso, risi di cuore come non mi accadeva ormai da secoli.

«Sei molto bella quando ridi!» commentò lui all’improvviso prendendomi le mani e provocando un sussulto al mio cuore; abbassai lo sguardo imbarazzata, e lui con la mano mi alzò il viso e mi guardò intensamente con quei suoi grandi occhi verdi che mi confondevano.

«Quando ti ho incontrata la prima volta, mi ha colpito la tua fragilità: eri così giovane e vulnerabile, mi hai intenerito il cuore, e ho sentito il bisogno irrefrenabile di consolarti, cosa che  non mi era mai successa prima. La stessa emozione l’ho provata quando ti ho rivista un mese fa seduta alla stessa panchina, la stessa identica sensazione e una voglia infinita di proteggerti. Adesso

 

che ti conosco un po’ di più, questo desiderio è ancora più forte e prepotente, ma mi sento nei tuoi confronti, allo stesso tempo, vulnerabile e indifeso…». Gli sorrisi imbarazzata.

Mi baciò con dolcezza. La sua lingua tenera e dolcissima accarezzava la mia, le sue mani stringevano il mio viso, i suoi occhi erano calamitati ai miei. Quando le nostre labbra si staccarono, mi strinsi a lui, e rimanemmo a lungo abbracciati osservando il sole che si abbassava sul mare.

«Vieni con me: prima che il sole tramonti, voglio farti vedere una cosa e chiedere un tuo consiglio professionale». Montammo in moto e percorremmo il lungomare per un paio di chilometri; si fermò davanti a una recinzione con l’erba alta, dietro cui si intravedeva appena una piccola costruzione.

«Questa è la casa di famiglia di cui ti parlavo».

«Quanto tempo è che non vieni qui?» chiesi vedendo lo stato di abbandono del giardino.

«Da quando mi sono separato non vi ho più trascorso una estate. Ma questa giornata ha riacceso la voglia di vivermi questa casa. Solo, vorrei darle un tocco diverso che non mi faccia ricordare più Tiziana, ma Daniela!». Sorrisi e lo seguii all’interno.

Era molto trascurata e c’era molto da fare per renderla di nuovo abitabile, ma era veramente suggestiva, aveva un bel giardino esterno, era piccola ma divisa molto bene internamente, l’insieme armonioso e funzionale, e soprattutto aveva una veranda meravigliosa vista mare e un ingresso diretto alla spiaggia. Con qualche lavoretto sarebbe diventata un vero incanto. Entusiasta, mi liberai della adolescente imbranata al suo primo appuntamento e mi calai di nuovo nelle vesti della professionista rampante: gli esposi quello che avrei fatto per migliorare l’ambiente, le luci e i colori. Lui mi ascoltava con un mezzo sorrisetto compiaciuto, e alla fine disse: «OK, mi hai convinto, quando iniziamo i lavori? Mancano pochi mesi all’estate e vorrei che fosse pronta per la fine di giugno, quando ho una settimana di ferie».

«Mi metto subito a lavoro. Vedrai, diventerà un gioiello nel quale costruirai nuovi ricordi bellissimi».

«Ne sono convinto!». Mi prese e baciò di nuovo, ma stavolta, complice l’intimità della sua casa, il suo bacio divenne più audace e provocante, sentii che mi accarezzava la schiena cercando di sfilarmi la camicetta dai jeans; al contatto delle sue mani sulla mia pelle nuda mi irrigidii improvvisamente allontanandomi da lui.

«Scusami, Sergio, ma non credo di essere ancora pronta per questo, sta andando tutto troppo veloce tra di noi».

«Hai ragione, forse sto correndo troppo, mi spiace» disse portandosi una mano tra i capelli, imbarazzato.

«Non credo di avere ancora superato la mia storia precedente, l’idea di buttarmi in un’altra alla cieca mi terrorizza».

Mi stavano salendo le lacrime agli occhi, non sapevo neanche io il perché, forse la paura di aver sbagliato tutto, di averlo allontanato da me per sempre. Mi si avvicinò e mi abbracciò forte dicendo:

«Non so perché non abbia funzionato con tuo marito, ma penso che sia stato un folle a lasciarti andare, io non ho intenzione di mollare senza prima provarci con tutto me stesso. Anche se sembra assurdo, sento di conoscerti da sempre. E se è il sesso a spaventarti, posso aspettare».

«Il sesso non mi spaventa soltanto, semplicemente mi terrorizza!» dissi continuando a stringermi a lui e mantenendo lo sguardo basso così che non potesse vedermi.

«E perché? Sei una donna adulta, bella, intelligente, hai due figli, e credo che tu abbia avuto le tue esperienze!». Lo disse accennando un sorriso.

«Non le definirei esperienze: ho conosciuto solo mio marito, e non eravamo una coppia appassionata e disinvolta sotto quel punto di vista, mi sono sempre sentita inadeguata in molte, in troppe occasioni… Penso proprio di non essere portata per il sesso». Lo dissi convinta e seria di quello che stavo dicendo, lui invece scoppiò a ridere.

«Oddio, tesoro, ma che ti sei messa in testa? Non sei portata per il sesso?!». Mi prese le mani tra le sue e mi sorrise, costringendomi ad alzare lo sguardo e a fissarlo.

 

«Ho raggiunto pochissime volte il piacere…» dissi abbassando lo sguardo, di nuovo imbarazzatissima.

«E allora?» continuò lui interrompendomi. «Il sesso è fatto di chimica, di passione, di scintille che arrivano all’improvviso, nulla è programmato, dovuto, standard. Non sono un sessuologo, ma ancora qualcosa ne capisco a cinquantadue anni suonati, e non solo perché sono un esperto in fatto di cuore. E una cosa ho capito da quello che mi hai raccontato sul tuo rapporto con il tuo ex: non eravate fatti l’uno per l’altra emotivamente, come potevate esserlo fisicamente?».

Come potevano la sua voce e le sue parole rassicurarmi in quel modo, non me lo riuscivo proprio a spiegare: sapeva dire sempre la cosa giusta al momento giusto.

«Oddio, Sergio, ti prego, baciami!» mi sentii dire all’improvviso.

Si fece serio, si avvicinò di nuovo a me e mi baciò teneramente; io mi abbandonai a lui, e il bacio divenne sempre più passionale, tanto che non volevo più liberarmi della sua bocca sulla mia. Presi a sbottonargli la camicetta, lui mi bloccò le mani:

«Sei sicura? Non devi sentirti obbligata, possiamo aspettare…».

«Ho paura che se aspetto, non ci sarà un altro momento più perfetto di questo!».

Tutto continuò come una magnifica scoperta, ogni sua carezza risvegliava una parte del mio corpo sconosciuta, vulnerabile, sensibile al suo tocco. Sentivo la mia pelle bruciare sotto le sue dita, il mio corpo rispondere alla sua passione, che stavolta, forse per la prima volta, era anche la mia.

Mi ritrovai nuda, priva di ogni inibizione, avvinghiata a lui nella penombra di quella stanza che era illuminata solo dai raggi del sole al tramonto, e lì fui completamente sua: non era solo il mio corpo a inebriarsi di tanta passione, ma la mia anima; mi trovai a gridare di piacere come non mi era mai capitato prima e come non sospettavo fosse possibile, mi abbandonai alle sue carezze quasi  fosse la cosa più naturale al mondo.

Quando tutto finì, mi strinsi a lui, sospirai profondamente, e una lacrima mi rigò il volto. Me la asciugò e mi baciò con estrema tenerezza.

«E tu non saresti portata per il sesso? Sei stata fantastica, stupefacente, meravigliosamente appassionata». Divenni rossa, non mi era mai successo nulla di simile prima.

«È questione di chimica, di scintille che arrivano all’improvviso…» risposi ironica, facendogli il verso, e aggiunsi: «Non sapevo potesse essere così appagante fare l’amore». Continuava a  guardarmi intensamente, e feci per coprirmi imbarazzata dalla sua ispezione, ma mi fermò le mani e mi sorrise; poi, carezzandomi il seno nudo, mi disse:

«Dani, sei così bella!».

«Tu mi fai sentire bella!».

 

Da quel giorno fummo inseparabili e immensamente felici: ci completavamo, ci capivamo, ci amavamo. Ero tornata ragazzina, mi capitava di sorridere da sola, di arrossire al pensiero di poterlo avere di nuovo dentro di me, di aspettare con ansia i suoi messaggi, e mi batteva forte il cuore al sentire la sua voce al telefono: tutte cose che non avevo mai provato e che mi imbarazzavano perché mi facevano sentire completamente nuda, trasparente a ogni mia emozione. Tutti si erano accorti del mio cambiamento, i ragazzi mi prendevano in giro, mia madre faceva battute imbarazzanti.

Un giorno avevo appena finito di sistemare il suo appartamento di Roma per farglielo vedere, quando mi arrivò il messaggio che aveva terminato una operazione delicata e che sarebbe andato in pausa per qualche minuto prima di una nuova operazione. Decisi di raggiungerlo in ospedale: conoscevo bene il distributore dove faceva la sua pausa, e pensai di farmi trovare lì.

Percorrevo il viale a grandi passi, diretta verso il bar, quando lo vidi in giardino, seduto pensieroso sulla nostra panchina; mi fermai immobile notando che non era solo. Dietro di lui una anziana donna, che gli avevo già visto accanto, dai capelli bianchi raccolti e il camice bianco, che gli posava una mano sulla spalla, mentre lui indifferente continuava a sorseggiare il suo tè. Mi vide e, sorridente, mi venne incontro.

«Sei proprio la visione che mi ci voleva dopo questa giornata!».

«Dura?» chiesi guardando alle sue spalle e notando che l’anziano medico non c’era più.

 

«Molto!» mi sorrise. «Mi sei mancata, ho avuto un’operazione molto complessa, durata ore, in cui ho rischiato di perdere il paziente per ben due volte. E tra venti minuti ne ho un’altra che non è da meno».

«Come fai a sopportare certi ritmi? Sono disumani!». Gli carezzai il viso.

«Ce l’ho nel DNA. Non posso farne a meno, io non faccio il medico, io sono un medico!».

«Meraviglioso medico!».

«E tu sei un meraviglioso architetto! Piuttosto, a che punto sono i lavori della mia casa? Ti confesso che sono un po’ stanco dell’albergo dove mi hai recluso da quaranta giorni».

«Ero venuta proprio a dirti questo: i lavori sono finiti, e puoi tornare a casa tua stasera stessa».

«È questa la notizia che aspettavo! Appena stacco, vado in albergo, raccolgo le mie cose e ti raggiungo».

«Penso io a prendere le tue cose in albergo, ti aspetto a casa e preparo una cenetta che non dimenticherai».

«Puoi rimanere da me stanotte?!».

«I ragazzi sono con i miei genitori, ho avvisato che non sarei tornata».

«Ti adoro!». Mi baciò e, guardando l’orologio, aggiunse: «Devo scappare!».

Sorrisi compiaciuta al pensiero della faccia che avrebbe fatto quando sarebbe rientrato di nuovo in casa. Mi fermai ancora un attimo contemplando quello che dovevo fare, quando vicino a me si sedettero due infermiere.

«Sono stanca morta, sono state cinque ore interminabili in sala operatoria».

«Beh, almeno tu hai finito e smonti tra poco, a me tocca la seconda operazione con il dottor Stranamore».

Stavano parlando di Sergio, ne ero certa; così, facendo finta di armeggiare al telefono, allungai l’orecchio per ascoltarle.

«Come lo hai chiamato?» chiese l’altra divertita.

«Non hai notato che ha gli occhi a forma di cuore ultimamente?».

«Forse… Ma durerà poco anche stavolta. È un folle stacanovista, non metterà mai una storia d’amore davanti al suo lavoro».

«Su questo hai perfettamente ragione, sembrava così innamorato anche della moglie. Poverina, ha sofferto per anni prima di capire che non poteva stare al passo».

Mi allontanai in silenzio, tornando al mio lavoro e ripensando tristemente alle parole dette dalle due infermiere. Quella sera doveva essere tutto perfetto al suo rientro, non dovevo farmi condizionare da quanto avevo sentito.

 

 

 

La cena era pronta e la casa in ordine; stavo accendendo le candele sul tavolo quando sentii aprire la porta e gli corsi incontro.

Dal suo viso trasparì uno stupore e una meraviglia che non gli avevo ancora mai visto: continuava a guardarsi intorno inebetito.

«Pensavo di aver sbagliato appartamento».

«Ti piace?».

«Dire che mi piace è riduttivo. Trovo che sia fantastico, accogliente, caldo, non avrei potuto immaginarmelo più bello! Grazie, Dani».

«Grazie a te per la fiducia e, soprattutto, per la pazienza che hai avuto in queste settimane!».

«Sono state le più belle della mia vita». E mi baciò.

La serata fu perfetta, ma breve. Sergio crollò sul letto come un maratoneta sfiancato dai chilometri percorsi durante la giornata.

La mattina mi destai con il profumo del caffè; mi guardavo intorno in cerca di lui, quando lo vidi entrare con una tazzina fumante e il suo meraviglioso sorriso.

«Buongiorno, amore, dormito bene?».

«Benissimo!».

 

«Io ho dormito di sasso come non mi capitava da mesi, e svegliarmi al tuo fianco, in questa casa stupenda, mi ha reso felice».

«Ne sono contenta». Mi baciò porgendomi il caffè.

«Devo andare a lavoro, attacco tra meno di mezz’ora ».

Feci il broncio delusa, e lui mi sorrise e si sdraiò al mio fianco stringendomi a sé.

«Dpo tanti anni, mi potrò pure permettere il lusso di fare tardi a lavoro per una volta!».

 

 

 

Seguirono due mesi per noi infernali: eravamo presi da mille impegni, riuscivamo a vederci con molta fatica, ritagliandoci delle colazioni veloci, pranzi rubati, e migliaia di telefonate e sms; le giornate intere che riuscimmo a passare insieme si contavano sulle dite di una mano.

Unica nostra consolazione era il fatto che la casa al mare era quasi terminata, e la nostra settimana, tutta e solo per noi due, si stava avvicinando, mancavano solo pochi giorni. I miei ragazzi avevano accettato di buon grado questa mia richiesta dimostrandomi che non potevo più   considerarli dei bambini: ormai adolescenti (sedici e tredici anni), avevano capito quello che stava succedendo nella mia vita, e pur non avendo, almeno per il momento, alcuna intenzione di  conoscere Sergio, erano felici per me. Quella settimana, Giacomo e Tommy l’avrebbero trascorsa nella casa in Toscana dei nonni con i cugini. Io invece avrei avuto Sergio tutto per me!

 

 

 

Finalmente il giorno della partenza era arrivato. Non vedevo l’ora di fargli vedere la casa. Mi fermai a pochi metri dall’entrata e lo feci scendere. Svoltato l’angolo, vide il suo nuovo e irriconoscibile giardino, che era diventato un lembo di paradiso verdeggiante, con cespugli fioriti e piccole palme, non ampio ma di grande effetto. Avevo inoltre predisposto un pergolato con rampicanti per mettere la macchina e la moto all’ombra. Unico spazio in cui non ero riuscita a intervenire era il capanno degli attrezzi, che mi era servito ad accatastare vecchie cose trovate in casa, da far vedere a Sergio prima di buttarle via. La prima cosa che si notava entrando era l’enorme vetrata scorrevole, che aveva sostituito la piccola porta-finestra e prendeva un intero lato del  modesto soggiorno, adesso completamente avvolto dalla luce e dalla meravigliosa vista del mare. I colori alle pareti erano di un tenue lilla, l’arredamento in legno color tabacco però conferiva un aspetto più maschile all’ambiente, e la tappezzeria malva creava infine un’atmosfera magica e calda al tempo stesso. Il camino di un pregiato marmo pervinca dal design esclusivo era stato il vero tocco che lo entusiasmò e lo fece letteralmente esultare: «Adesso vorrò venirci anche in inverno!».

«Lo spero bene! Quel camino ti è costato una piccola fortuna!». Continuava a guardarsi intorno aprendo ogni porta.

«Come ci sei riuscita?».

«Con l’amore! Lo stesso amore che hai tu per il tuo lavoro, che hai con i tuoi pazienti. Io l’ho semplicemente raddoppiato perché sapevo che era per te… per noi».

«Ci sei tu in ogni cosa, in ogni sfumatura, in ogni particolare. Questa casa non mi potrà ricordare nessun’altra se non te! Ti amo».

 

 

 

Passammo dei giorni semplicemente meravigliosi. A fine giugno la spiaggia era ancora poco frequentata, sembrava che fosse stata riservata a noi, per permetterci di poter far crescere e consolidare il nostro amore, a dispetto della frenetica vita di entrambi. Avevamo bisogno di passare ogni istante insieme, di parlare, di confidarci, di conoscerci più a fondo, di colmare le distanze che ci avrebbero di nuovo separati una volta tornati alla nostra realtà familiare e lavorativa.

Quel posto, il mare, il sole, era pura armonia, magia, musica per le nostre anime stanche e desiderose di conforto e coccole.

Una sera, dopo una delle mie interminabili telefonate con i miei figli, lui mi fece una strana domanda:

 

«Cosa si prova a essere genitore?».

«Per me è pura gioia: quando sono nati, ho provato un forte senso di appartenenza a quelle creature, e una crescente e soffocante paura, pari solo all’immenso amore che istintivamente ho nutrito per loro».

«Paura?!».

«Tremenda. Pensavo di non essere all’altezza, non sapevo se sarei riuscita a capire i loro pianti, le loro esigenze, ma poi è venuto tutto naturale. Ho messo da parte il lavoro fin quando non sono cresciuti». Mi guardò dubbioso. «Non mi è pesato affatto, se è quello che pensi, e sai quanto amo il mio lavoro! Adesso che sono grandi, un loro successo è una mia grande soddisfazione e un motivo di orgoglio, un loro dispiacere è un mio dolore. Non so se ho reso l’idea».

«Penso tu l’abbia fatto benissimo. E in tutto questo tuo marito che ruolo ha giocato?».

«Un ruolo marginale, direi, una riserva che preferisce non essere messa in campo».

«Ma ce l’hai fatta ugualmente, anche tutta sola!».

«Non sono mai stata sola. Ho avuto sempre l’esempio, il sostegno, l’amore e l’aiuto dei miei genitori: non so se da sola ce l’avrei fatta, soprattutto perché da piccolissimi entrambi i miei figli erano due monelli vivacissimi. Giacomo era iperattivo, non riusciva a esaurire le sue energie durante la giornata e la notte pertanto dormiva pochissimo. Tommaso poco più calmo, ma con problemi di dislessia che alle elementari hanno reso quegli anni un vero inferno».

«Sei molto legata ai tuoi genitori».

«Come penso lo sia qualunque figlio cresciuto in un ambiente sereno, accogliente e amorevole come è stato il mio. E tu?» chiesi, stuzzicata dalle sue numerose domande.

«Io cosa?».

«Non far finta di niente, non credo tu venga da Marte, anche tu devi aver avuto una famiglia».

«Più o meno… Mio padre era un ricercatore, biologo e infettivologo, sempre chiuso nei suoi laboratori universitari. Si divideva tra Roma e Bologna, lo vedevo raramente. Si separò da mia madre quando io ero molto piccolo, non so neanche se siano mai stati realmente sposati».

«E tua mamma?».

«Lei era primario di cardiologia al Policlinico, è stata da sempre il mio idolo, ma non era una madre tradizionale».

«In che senso?».

«Sono cresciuto con tate e baby sitter, erano loro ad occuparsi di me durante la settimana, lei non la vedevo se non di sfuggita a notte tarda, quando rientrava da lavoro. I fine-settimana li passavamo insieme, perlopiù in ospedale; a volte, se non c’erano suoi colleghi di turno, mi permetteva di fare con lei i giri in corsia, mi dava spiegazioni sulle cartelle cliniche dei suoi pazienti, altrimenti ero relegato nel suo studio a fare i compiti. Tutti le sorridevano e l’ammiravano, io imparai a farlo di riflesso, e mi accorsi che invidiavo profondamente i suoi malati, perché era presente più nella loro vita che nella mia».

Rimasi scioccata dall’infanzia che mi stava dipingendo, ma non dissi nulla e lo lasciai continuare a parlare, facendo delle domande di tanto in tanto.

«È per lei che sei diventato cardiochirurgo?».

«Non sarei potuto diventare altro, era dall’età di sedici anni che sapevo leggere una cartella clinica e capire se i dosaggi dei vari farmaci erano giusti o sbagliati, quali terapie erano  consigliabili, se c’erano dei peggioramenti del quadro clinico… Lei mi sottoponeva a continui esami ed era soddisfatta dei miei progressi, non capiva che erano dovuti solo alla mia necessità di poterle stare accanto, non avevo altro modo, se non quello…».

«Avrete passato delle vacanze insieme, lontano dall’ospedale, solo voi due, no?».

«Sì, certamente, siamo stati in Africa, Cambogia, Cina, Uruguay, Panama, Perù… Abbiamo visto il mondo, ma solo la sua parte malata. Era tra i Medici Senza Frontiere e prestava volontariato ovunque ci fosse bisogno di un cardiologo». Rise amaro.

«Non posso crederci. Hai vissuto tutta la tua vita in ospedale e tra i malati!». Ero sconcertata.

Non è sano crescere in questo modo. Adesso capisco perché non ha voluto figli.

 

«So a cosa stai pensando, ma per quanto sembri strano, io credevo di essere felice, non conoscevo altro. Più tardi è subentrata la consapevolezza. E la rabbia…».

«Che intendi per rabbia?».

«Hai presente la ribellione, l’insofferenza e la rabbia dell’adolescenza?».

«Sì, certo!».

«Raddoppiala, triplicala, quadruplicala pure! A vent’anni, sono andato via di casa, non volevo più continuare gli studi, non volevo più continuare a vivere con lei, nella sua continua assenza, non lo sopportavo più. L’ho odiata per quello che non era stata in grado di darmi, volevo farla soffrire». Si commosse per un momento.

«Cosa hai fatto?».

«Nessuna forma eclatante di ribellione: l’ho semplicemente tagliata fuori dalla mia vita per provocarle dolore, sofferenza. Mi sono poi pentito, ma era troppo tardi, e non ho potuto più rimediare…».

«Perché?».

«Non ho voluto farle sapere che mi ero laureato, solo perché non volevo darle quella soddisfazione». Riprese fiato e aggiunse:

«Lei si è ammalata e non me lo ha detto».

Mi portai la mano alla bocca, ero senza parole.

«Quando ho vinto il concorso e ho iniziato il tirocinio proprio al Policlinico, la prima cosa che  ho fatto è stata andare nel suo reparto per farle vedere che anche senza di lei ero riuscito a diventare cardiologo. Entrare in reparto e non vederla mi ha spiazzato, ho saputo in quel momento dalla caposala che era in malattia da molto tempo. Mi è caduto il mondo addosso! L’ho cercata a casa e non l’ho trovata, poi sono venuto qui».

«In questa casa?!».

«Sì, era venuta qui al mare. Quando mi ha visto, era sulla sua sedia a dondolo in veranda, a leggere, si è alzata e mi è corsa incontro sorridente. Ci siamo abbracciati, è stato per me il primo vero abbraccio tra di noi, quello di una mamma con il proprio figlio. La tenevo ancora stretta, quando ha perso i sensi e si è accasciata tra le mie braccia. Inutile la corsa in ospedale… Dopo due giorni di coma, il ventitré giugno, se n’è andata. Non ho avuto modo di parlarle, di dirle che ero diventato medico, che le volevo bene, che mi dispiaceva!».

Lo abbracciai, commossa e colpita dalla data della morte della madre, che invece era stata la stessa della mia salvezza. Capivo solo in parte quale doveva essere la sua disperazione, i suoi sensi di colpa e la sua rabbia. Mi strinse forte e pianse in silenzio.

«Non so se riuscirò mai a superare la perdita, il senso di vuoto, la rabbia, il rancore, soprattutto adesso!».

«Perché soprattutto adesso?».

«Ho vinto il concorso per diventare primario del mio reparto, lo stesso reparto a cui è stato dato il suo nome: “Cardiologia Esther Naspi”. Tra pochi giorni sarà ufficiale la mia nomina». Rimasi perplessa solo per un attimo a questa inaspettata novità, poi continuai:

«Non saprei cosa dirti, se non quello che un giorno un giovane medico disse a me alleviando il mio dolore. Allora ti ascoltai incredula, ma oggi sono convinta che esista una vita oltre la vita, che le persone a noi care trovino il modo di rimanerci vicine. Sono certa che lei ti è accanto e che è orgogliosa di te, di quello che sei diventato».

«Ti confesso che quel giorno parlai con l’unico intento di tirare su il morale a una ragazzina addolorata. Non ho mai creduto a vite parallele, e soprattutto alla possibilità di riscattare i propri errori, quando ormai è troppo tardi per rimediare…».

Per la prima volta dopo anni, raccontai quello che a me era successo dopo la morte di mio nonno, e come mi ero riconciliata con il senso di rabbia e frustrazione che avevo provato per la sua perdita; lui mi ascoltò in silenzio senza dire nulla, poi mi baciò. Capii in quel gesto, per quanto tenero, che non mi aveva creduta, ero certa che considerava l’incidente sfiorato una semplice coincidenza e il sogno rivissuto soltanto frutto della mia fervida immaginazione.

 

Quella sera non riuscii a prendere sonno: ripensavo a quanto mi aveva confidato Sergio e non credevo possibile che un bambino potesse crescere in quel modo. Sergio non aveva vissuto se non  in ospedale. Quello era tutto il suo mondo, l’unico che conosceva e che sentiva suo; anche quando si era sposato, le cose non erano cambiate e il matrimonio era naufragato; lo stesso forse sarebbe successo a noi, al nostro amore, soprattutto adesso, con il nuovo incarico. Era come la madre, per questo l’amava e l’odiava in eguale misura.

E io potrei sopportare di essere messa sempre al margine della sua vita? Di venire sempre dopo i suoi pazienti, il suo reparto, e di vederlo solo pochi giorni al mese?

Sergio si addormentò profondamente quella sera, mentre io rimasi sveglia, con un crescente senso di malessere e un forte fastidio allo stomaco, che mi impedì di dormire. Presi una camomilla, rimasi in veranda tutta la notte, ma il dolore non migliorò.

Quando si alzò, notò subito qualcosa di strano in me e mi chiese come mi sentivo: avevo un pallore innaturale, due occhi scavati e il dolore allo stomaco che si era esteso a tutto il torace.

Mi visitò e mi sgridò aspramente per non averlo chiamato: dovevo essere ricoverata, avevamo perso già troppo tempo. Mi caricò di peso in auto assicurandosi che fossi comoda, e partimmo alla volta del Policlinico. Guidò come una furia: era teso, aveva il volto contratto, chiamò un suo collega e gli disse di predisporre l’immediato ricovero e una serie di accertamenti che voleva farmi fare in giornata. Per quanto cercasse di rimanere calmo e di rassicurarmi, vedevo che era estremamente preoccupato, e la cosa mi fece allarmare molto. Prima di altri due giorni i miei genitori non aspettavano il mio rientro, e pensai di non chiamarli per non farli preoccupare, almeno fin quando non si fosse saputo cosa avevo. Magari era solo una cosa da nulla!

 

 

 

Purtroppo fu evidente dai primi accertamenti che avevo avuto un piccolo infarto quella notte, causato da un’anomalia al cuore, emersa dall’ecocardiogramma che Sergio stesso aveva eseguito e simile a quella riscontrata a mio padre. Dovevo essere operata d’urgenza quel giorno stesso. Mi crollò il mondo addosso: non riuscivo a pensare, non sapevo cosa fare. I miei figli, chi lo avrebbe detto loro e come? Non volevo fare preoccupare nessuno, ma come potevo, se ero io la prima a essere terrorizzata? Sergio cercò di farmi coraggio, ma leggevo chiaro nei suoi occhi il senso di impotenza che provava anche lui e che non mi poteva nascondere.

«Sono tranquilla, so di essere in buone mani, come lo è stato mio padre!».

«Non posso, Daniela… Mi spiace!». Abbassò lo sguardo. «Non posso operarti io, non avrei la giusta lucidità e concentrazione che occorre in questi casi. Perdonami!».

Non riuscii a dire nulla, mi assalì il panico e lui se ne accorse; in quello stesso momento mi resi conto che era il ventitré giugno, e un brivido mi scosse.

«Sarò lì con te in sala operatoria, il chirurgo è bravissimo, so che non ci saranno problemi, e concluderemo la nostra vacanza al mare appena ti sarai rimessa». Mi sorrise stringendomi forte la mano.

«Avverti tu la mia famiglia?».

«Sì, tranquilla, adesso devono prepararti per l’intervento, mi allontano pochi minuti e poi sarò di nuovo da te».

Rientrò poco dopo: era in camice, con la cuffietta e la mascherina; mentre l’anestesista armeggiava per addormentarmi, lui mi teneva la mano e mi parlava con dolcezza. I forti dolori cominciarono a svanire, io tentai di tenere i miei occhi concentrati sui suoi, ma li sentivo sempre più pesanti, la sua voce sempre più lontana, il suo viso sempre più sbiadito, fin quando si fece tutto  buio.

 

Sento freddo, sono coperta solo da un lenzuolo. Mi trovo a piedi nudi in un ambiente a me completamente estraneo in cui non riesco a vedere oltre il mio naso. L’aria è fresca, sono avvolta dalla nebbia, avverto un forte odore di disinfettante, che mi ricorda l’ospedale dove sono ricoverata, ma non provo né dolore né spossatezza. Inizio a muovermi per capire dove mi trovo, e

 

intravedo una luce calda che dirada la nebbia e che seguo, come attratta da una calamita. Mentre mi avvicino, sento di nuovo un calore intorno a me che mi avvolge completamente, un profumo piacevole di fiori, un profondo benessere che mi inebria i sensi.

Mi sento piena di vita e di energie, supero la coltre di nebbia e vedo due figure indistinte, una femminile e una maschile, che mi tendono la mano: mi stanno aspettando, e io senza pensare allungo le mie mani verso di loro, che me le stringono con vigore, silenziosi. Mentre ci incamminiamo insieme, diretti verso una grande scalinata che abbiamo davanti a noi, la donna al mio fianco mi mette una mano sulla spalla destra, facendomi impercettibilmente cambiare direzione e indicandomi una porta a lato della grande scalinata.

Abbandono le loro mani e apro la porta.

Mi ritrovo in ospedale, vedo me stessa sul tavolo operatorio e Sergio al mio fianco, piegato su di me: mi parla piangendo, sembra disperato, ma non posso sentire cosa mi stia dicendo; dietro di lui una donna anziana in camice bianco gli posa una mano sulla spalla, alza lo sguardo verso di me, e io la riconosco. Sento in quel preciso istante lacrime calde rigarmi il viso, un forte colpo al cuore e un dolore sordo che si impadronisce nuovamente di tutto il mio essere. Mi giro in cerca della   donna che mi ha indicato quella strada da seguire, vorrei chiederle come ritornare da lui, ma non c’è più nessuno dietro di me, solo un profondo buio e una voce calda e disperata che in lontananza dice “Torna da lui, ha bisogno di te, cerca Cime tempestose…”. Non sento altro. E mi risveglio.

 

 

 

Mi accolse una voce rassicurante. Delle mani calde mi asciugavano sul viso le lacrime che continuavano a scendere senza controllo.

«Dani, è tutto a posto, è andato tutto bene!!!».

Era Sergio che mi sorrideva, mi sentivo frastornata, non capivo dove mi trovassi, cosa fosse successo, mi ci vollero alcuni minuti prima di tornare completamente in me.

«E i miei ragazzi?!».

«Sono tutti qua fuori, i tuoi figli e i tuoi genitori. Vogliono vederti, non si fidano delle mie parole e fin quando non ti avranno vista, metteranno in croce ogni singola infermiera».

«Falli entrare!».

 

 

 

Non parlai a nessuno dell’esperienza vissuta mentre ero in coma. Adesso sapevo chi era la dottoressa anziana che vedevo al suo fianco; ripercorsi le volte che l’avevo vista accanto a lui: Sergio in tutte le occasioni era stanco e preoccupato per il suo lavoro, e lei gli metteva una mano sulla spalla come a rinfrancarlo da tanta fatica. Non l’aveva abbandonato, gli era rimasta sempre accanto. Sergio però non mi avrebbe creduta, per non parlare del singolare appello che sua madre mi aveva rivolto: perché rivolgersi a me e non a lui? Non avevo legami con quella donna.

Rinviando al momento giusto il discorso con Sergio sulla madre, concentrai tutte le mie energie per rimettermi in piedi e tornare alla mia vita, e alla casa al mare.

Dopo tre mesi dall’operazione volli tornare assolutamente in quella casa, alla mia vacanza interrotta: mi sentivo finalmente bene, e anche il chirurgo me lo aveva confermato; inoltre avvertivo la necessità di portare a termine qualcosa che avevo lasciato incompiuto. Riuscii a convincere anche Sergio, che faticosamente si concesse cinque giorni di ferie. Fortunatamente mancava ancora una settimana prima che assumesse ufficialmente l’incarico da primario, per cui riuscì a farsi sostituire. Tornammo a Sabaudia.

Dopo quattro giorni, ero esasperata e nervosa con lui per le sue continue premure e attenzioni: mi trattava come se fossi di cristallo, come se stessimo ancora in ospedale, mi sfiorava appena, i suoi baci erano tiepidi, le sue carezze impalpabili, sentivo che si stava allontanando da me, e non sapevo cosa fare per riportarlo nella mia vita, per metterlo di nuovo in contatto con la mia anima e con il  mio corpo. Dovevo respirare, mi stava soffocando, mi infastidivano i suoi occhi apprensivi sempre addosso, dovevo allontanarlo qualche ora da me, e gli imposi di andare a pescare.

 

Dalla veranda lo vidi allontanarsi, alla luce del tramonto; abbassai lo sguardo per continuare a leggere il romanzo che stavo finendo e che mi aveva molto coinvolta: L’Uomo di ghiaccio, scritto  da una mia collega architetto. La protagonista della storia non si era mai arresa davanti alle  difficoltà insormontabili di un amore impossibile, non dovevo farlo neanche io, non dovevo permettere a Sergio di allontanarsi da me. Quando rialzai dopo pochi minuti lo sguardo verso di lui, vidi che non era più solo, stava camminando a fianco di una persona: non la vedevo distintamente, ma la sagoma me ne ricordò un’altra che spesso avevo visto al suo fianco. Mi alzai di scatto, allarmata, e gli corsi incontro: dovevo capire, dovevo vedere con i miei occhi quello che il cuore mi stava suggerendo, che mi stava gridando contro ogni logica, contro ogni ragione.

In pochi minuti gli fui abbastanza vicina per constatare che Sergio era invece solo, non c’era nessuno vicino a lui.

Sergio ha bisogno di te, ha bisogno che tu lo aiuti, cerca Cime Tempestose…

La voce del sogno era di nuovo nella mia testa. Sergio, allarmato, mi venne incontro.

«Daniela, tutto bene?! Sei così pallida!».

«Tutto bene, tranquillo!».

Non volevo dirgli cosa avevo visto, né tanto meno cosa avevo sentito, non mi avrebbe creduta, ma dovevo capire cosa stava succedendo e perché quella presenza mi diceva di cercare il romanzo di Emily Brontë. Non ne capivo il senso, ma se non stavo impazzendo, un senso a tutto questo doveva pur esserci!

Esther vuole il mio aiuto, non riesce a mettersi in contatto direttamente con Sergio, ma per qualche strano motivo può stabilire un contatto con me!

«Scusami, fa un po’ freddo, preferisco tornare in casa, preparo la cena e quando è pronto ti chiamo».

«Vuoi che rientri con te?».

«No, divertiti, ci vediamo dopo!».

Tornata in casa, ero ancora sconvolta dalla voce che avevo sentito con tanta chiarezza. Tutti i saggi e appunti di medicina, trovati prima dei lavori, li avevo fatti mettere nel capanno, ma non avevo visto libri di narrativa. Andai nel capanno e iniziai a rovistare nei numerosi scatoloni accatastati.

Cercai in tutte le scatole, ma non trovai nulla. Rassegnata, stavo per uscire, quando l’occhio mi cadde sulla vecchia sedia a dondolo della madre, e vidi che c’era una tasca a lato del bracciolo destro: vi misi la mano ed estrassi un piccolo libro, una edizione dei primi del Novecento proprio di Cime Tempestose.

Al suo interno, una busta da lettere, su cui c’era scritto SERGIO.

Corsi da lui con il cuore in gola, mi vide arrivare di corsa e mise a terra, sorpreso, il mulinello con cui stava armeggiando.

«Daniela, tutto bene?!».

«Sì, tranquillo. Ho trovato questa, credo sia per te». Gli misi in mano la lettera, lui l’aprì e, quando estrasse quei fogli, cambiò espressione.

«È di mia madre».

«Lo so. Te la lascio leggere con calma, io torno in casa». Feci per tornare indietro ma mi trattenne.

«Dani, ti prego, resta qui con me».

Ci sedemmo in quella spiaggia semideserta, rischiarati dal tramonto settembrino, lui che leggeva in silenzio la sua lettera, e io che, appoggiata al suo petto, lo tenevo stretto a me. Non mi interessava sapere cosa gli avesse scritto, adesso mi sentivo serena. Osservavo le onde del mare che si infrangevano sul bagnasciuga con moto regolare, emettendo quel fragore intenso e al tempo stesso delicato, come a scandire i battiti del suo cuore. Si schiarì la voce, visibilmente emozionato, e si asciugò gli occhi, almeno in due occasioni; quando ebbe finito di leggere, lo baciai e gli sorrisi, mi prese con la mano il mento e lo sollevò verso di lui, mi guardò intensamente.

«Ti amo, Dani, e non voglio perderti».

 

 

 

Quella sera facemmo di nuovo l’amore, lo sentii di nuovo vicino a me, intenso e appassionato, eravamo di nuovo finalmente tornati ad essere una cosa sola.

La mattina, al mio risveglio, lo trovai in veranda con la lettera in mano, che stava rileggendo. Sentendomi arrivare, si girò e mi sorrise, dandomi il buongiorno.

«Ti va di andare a fare un giro a Sperlonga? Nel centro storico oggi organizzano un mercato dell’artigianato che sono certo ti piacerà; inoltre a pochi metri c’è un ristorante fantastico dove si mangia meravigliosamente».

«Dammi dieci minuti e sono pronta».

Era di buon umore, rilassato, sereno, non aveva accennato neanche al fatto che saremmo dovuti partire la sera stessa per tornare a Roma. Fu una mattinata veramente piacevole: ero incantata da ogni bancarella e dallo scenario storico dove erano dislocate. Ero stata a Sperlonga già altre volte, ma in quel contesto mi sembrava completamente diversa; se non mi avesse trascinata di forza al ristorante, probabilmente avrei dato fondo alla mia carta di credito. Entrati in quell’incantevole grottino situato nella parte più alta del centro, fummo condotti in una meravigliosa balconata a picco sul mare, dove rimasi completamente ammutolita dalla veduta. Eravamo soli in attesa di decidere cosa ordinare, quando Sergio ruppe il silenzio.

«Grazie, Daniela, di tutto».

«Di cosa?!».

«Di aver trovato la lettera di mia madre, perché se non l’avessi letta, proprio in questo momento cruciale della mia vita, avrei commesso un grosso errore, il più grosso della mia vita!».

«Non capisco, Sergio, ma a cosa ti riferisci?». Mi prese le mani e si avvicinò a me con la sedia.

«Voglio condividere la mia vita con te, e non più solo ed esclusivamente con il mio lavoro». Lo guardai perplessa, non riuscendo a capire esattamente cosa volesse dire.

«Ho deciso di non accettare il posto da primario: chiuderò lo studio privato, e lavorerò solo in ospedale, per le ore strettamente necessarie agli interventi e in urgenze specifiche». Sospirò e mi sorrise, stringendomi entrambi le mani nelle sue. Io continuavo a guardarlo e a sentire le sue parole senza riuscire a dire nulla, sopraffatta da quello che mi stava dicendo, dal turbinio di emozioni che le sue parole suscitavano nella mia testa.

«La lettera di mia madre mi ha aperto il cuore e ha fatto uscire tutti i sentimenti negativi, i rancori e le rabbie represse che mi illudevo potessero svanire solo buttandomi a capofitto nel lavoro…».

Continuai a stare in silenzio, con una crescente commozione che mi stringeva la gola.

«In quelle pagine ha scritto tutto quello che avevo bisogno di sentirmi dire da anni. Mi ha detto che mi amava profondamente, ma che non era in grado di dimostrarmi amore semplicemente perché lei non era mai stata amata. Orfana di entrambi i genitori, era vissuta in casa di una vecchia zia che  le aveva permesso unicamente di studiare, ma non di conoscere la vita, meno che mai l’amore. Mi parlò di un unico amore giovanile che non si era permessa di vivere, restando con il rimpianto di avere anteposto le sue aspirazioni a quel bel tranviere dagli occhi smeraldo e dal sorriso infinito,   che amava tanto ritrarla nei suoi quadri…».

Ebbi un sussulto. Mio nonno! Lui è l’anello di congiunzione tra me ed Esther!

Sergio non si accorse del mio stupore e continuò: «Pensava che il modo giusto di amarmi fosse quello di condividere con me la sua passione per il lavoro, e quando ha capito di aver sbagliato  tutto, era troppo tardi, mi aveva perso. Mi ha spiegato che quando rimase incinta di me, aveva quasi quarant’anni, e fu una gravidanza inaspettata, per lei più che una gioia una grande preoccupazione; aveva appena saputo di aver vinto il concorso da primario, e la gravidanza era un grosso ostacolo a questa promozione: negli anni Sessanta era molto complicato per una donna fare carriera. Dovette nascondere a tutti la sua gravidanza finché non fu ufficializzato il suo incarico, e dopo, quando si seppe che era incinta, da molti suoi colleghi non fu più vista di buon occhio. Passò l’intera sua vita a dimostrare che una donna poteva, malgrado i figli, fare gli stessi turni degli uomini, occupare ruoli

 

di rilievo, non prendere mai un giorno di malattia o permessi per motivi familiari, nessun turno preferenziale… Si rese conto troppo tardi che tutto ciò non era possibile senza sacrificare me, suo figlio».

«Che altro ti ha scritto?».

«Una cosa che mi ha fatto immensamente felice e mi ha sollevato da un grande rimpianto:   sapeva che ero diventato medico, era addirittura presente il giorno della mia laurea. Mi aveva  seguito durante tutto il mio percorso universitario, grazie al preside della facoltà di medicina di Padova, che era un suo compagno di corso all’università e con il quale era rimasta in contatto. Mi ha confessato di aver mosso alcune sue conoscenze, dopo aver saputo che avevo vinto la borsa di studio, per farmi fare l’internato proprio al Policlinico: sperava così di potersi riavvicinare a me.  Non mi serbava rancore, aveva compreso la mia decisione di starle lontano, capiva il mio rancore  nei suoi confronti e si sentiva in colpa per non essere stata capace di fare la madre. Era immensamente orgogliosa di me e dell’uomo che ero diventato, e mi chiedeva di perdonarla».

Pur commossa da quanto mi stava raccontando, intuii che c’era ancora dell’altro, e infatti, quando il cameriere si fu allontanato, continuò:

«Ma la cosa più importante che mi ha detto è stata quella di dare spazio all’amore e di permettere alle persone care di amarmi e di amarle. Il lavoro non deve fagocitarmi, altrimenti rischierei di morire da solo senza gli affetti più importanti, come è successo a lei. Ti amo, Daniela, voglio  passare il resto della mia vita con te e cercare di amarti come meriti».

«Ti amo anch’io, Sergio».

Ora sapevo perché Esther aveva stabilito un contatto con me, perché aveva chiesto il mio aiuto. Era lei la donna del dipinto di mio nonno, quella che gli aveva spezzato il cuore e che lui aveva perdonato pur continuando ad amarla per oltre mezzo secolo.

Quella notte stretta tra le sue braccia, sognai di nuovo…

 

Due sagome indistinte, eteree, impalpabili, avvolte da una forte luce, probabilmente un uomo e una donna (solo questo sono in grado di percepire dalle loro figure che mi danno le spalle), ai piedi di una grande scalinata di cui non si riesce a scorgere la fine.

«Aspettate!» grido loro.

Non si muovono né si girano verso di me, ma all’improvviso me li ritrovo di fianco, vicinissimi. Malgrado la vicinanza e la mia curiosità, non posso distinguere i loro volti, né riconoscere le loro voci. Mi parlano insieme, misurati, come un unico suono che racchiuda diversi strumenti:

«Eravamo anime inquiete, ora non più. Grazie».

Non aggiungono altro, si allontanano di nuovo da me. Li vedo percorrere la scalinata, insieme, mano nella mano.

 

 

 

Mi svegliai, la stanza era illuminata dalle prime luci dell’alba, Sergio su un fianco che mi guardava.

«Già sveglia?» mi domandò.

«Ho fatto un sogno».

«Cosa hai sognato?».

«Anime inquiete… Come quelle di Cime tempestose, che vagavano per la brughiera in cerca di pace, aspettando di ritrovare il perduto amore».

«Le nostre anime sono ancora inquiete?!»

«Non più, ora hanno trovato la pace!».

 

 

 

 

Dedicato a mio nonno, il mio angelo custode, l’unica nota reale di questo racconto. Mi ha emozionato profondamente scrivere di lui e del nostro legame speciale.

 

 

 

Manuela Saliola intreccia la rappresentazione dei legami affettivi più forti e duraturi (genitori- figli e relazione amorosa), analizzati nella loro complessità, con l’elemento soprannaturale o spirituale, che consente di illuminare un abisso altrimenti destinato all’oblio. Le anime inquiete dei personaggi vagano alla ricerca le une delle altre, divise da una nebbia che il deus ex machina del racconto riesce a diradare, con un lieto fine non gratuito, che passa attraverso la sofferenza e la consapevolezza di sé.

Il peso dell’amore di Marcello Pellegrini

Il negozio di parrucchiera era all’angolo della strada, e Gabriella ci andava quasi puntualmente ogni settimana. Distava poche centinaia di metri dalla sua abitazione, un appartamento moderno con ascensore, posto in un comprensorio con molte piante e una fontana artistica al centro del viale d’ingresso.

Gina, parrucchiera per signora (così si chiamava il negozio) non era molto ampio, ma gli spazi erano ben organizzati e il personale svolgeva al meglio il proprio lavoro, senza intralci di attrezzi e profumi che avrebbero rallentato sicuramente il lavoro, se non fossero stati sistemati razionalmente e con cura.

Gina era la parrucchiera della famiglia Belardini da parecchi decenni, forse anche la nonna di Gabriella lo frequentava, ma lei questo non lo ricordava, perché la nonna era

morta  quando  lei  aveva  nove  anni.  Gina  era  una  donna  alta  e  robusta,  con  una

capigliatura così lunga e intensa che lei usava raccoglierla a mo’ di cipolla, ben fatta, sopra la nuca. Dava consigli più che ordini alle proprie lavoranti, che erano tre, e le

guidava nel lavoro e nell’accoglienza delle clienti. Era molto attiva e, tra lo scroscio del

getto tiepido che risciacquava i capelli e il rumore dei phon accesi, ogni tanto il negozio assumeva l’aspetto di una vera e propria “officina dei capelli”.

Quel giorno Gabriella, una ragazza minuta e silenziosa, aspettava il suo turno seduta

comodamente su una poltroncina accanto all’ingresso, sfogliando lentamente una rivista settimanale con molte fotografie all’interno. Ogni tanto si fermava incuriosita su una delle foto e leggeva la didascalia sottostante. Quando ebbe finito di leggere, si chinò su una grande cesta, posta a lato della sua poltrona, che conteneva altre riviste, mise a posto quella già vista e iniziò a cercarne un’altra. Mentre scostava con cura le riviste, ne osservò una che aveva una bella foto ingrandita di una ragazza bionda con rossetto rosa sulle labbra e un make-up ben fatto. La ragazza sorrideva con gioia, e i suoi occhi chiari erano molto vividi e lucenti. Quell’immagine, apparentemente semplice e normale, non avendo nessun segno particolare, fece trasalire Gabriella. Il cuore all’improvviso iniziò a battere più  velocemente e un leggero rossore apparve sulle guance, un nervosismo inspiegabile la prese in tutto il corpo. Si sedette di nuovo cercando di riprendersi; poi, dopo diversi minuti ancora in questo stato, decise che un po’ d’aria le avrebbe fatto bene. Chiese alla signora Gina se poteva conservarle il posto per pochi minuti, e con una scusa uscì, iniziando a camminare velocemente intorno all’isolato.

Mentre camminava con passo deciso, respirava profondamente l’aria del primo pomeriggio, e tutto l’ossigeno che le affluiva al cervello l’aiutava a riflettere. Iniziò un’introspezione profonda. Il dialogo interno tra la testa e il suo corpo iniziò così a prendere forma a poco a poco, dapprima in modo drammatico, poi via via sempre più riflessivo.

No, no, oddio, non voglio diventare lesbica! Non lo voglio, non lo voglio e non lo voglio. Cosa sarebbe di me? Perché quella foto mi ha fatto trasalire tanto e mi suscitava

sensazioni particolari? Cosa sentivo? Piacere? Solo piacere? Oddio…

Camminando incrociava altre persone che andavano nella direzione opposta, ma lei non se ne curava, era concentrata sul suo stato e voleva avere a tutti i costi una risposta. Adesso la sua voce, anche con tono basso, aveva forma reale.

 

«Eppure gli uomini mi piacciono. Tanti bei giovani che ho conosciuto mi attraevano, non capisco… nche ora che sto con Giacomo, non ho nulla che possa farmi dubitare del contrario! Come mai allora…».

Per un attimo fermò i suoi passi e ripensò al giorno prima, quando si era salutata con una collega di lavoro giovane come lei. La mano della collega nella sua l’aveva fatta trasalire, come un momento prima, mentre osservava quel volto di donna stampato sulla copertina della rivista. Quella mano le suscitava piacere, voluttà, amore, due corpi nudi che si univano in un caldo abbraccio… Portò per un secondo le mani sul volto, inorridita, poi riprese a camminare. Disperata, mentre tornava a passi svelti da Gina, ripensò velocemente al suo rapporto con Giacomo, tanto per riepilogare e capire il suo corpo, la sua mente, chi lei fosse e cosa le stesse succedendo.

 

 

 

Giacomo era un ragazzotto sulla ventina di S. Giorgio a Cremano (un paese alle porte di Napoli), che Gabriella aveva conosciuto qualche anno prima durante una breve vacanza a Ischia con i suoi genitori. Di carattere Giacomo era intraprendente, ogni cosa che gli balzava alla mente correva subito a metterla in pratica, non conoscendo ostacoli; quello che aveva in animo di fare, quasi sempre riusciva a portarlo a termine. Questo aspetto aveva attratto subito Gabriella, che era esattamente l’opposto di Giacomo. Super- riflessiva, titubante e sempre in ansia, a domandarsi se avesse fatto bene o male a prendere le sue decisioni. Dopo la vacanza ad Ischia, presero a frequentarsi; ogni fine settimana a turno, ciascuno si spostava verso le rispettive residenze, ospite della famiglia dell’altro. Questa organizzazione rinsaldò nel tempo anche i legami con i genitori dei due giovani. Soprattutto Gabriella era molto apprezzata dalla madre di Giacomo, che si ricordava di essere stata simile a lei quando era più giovane, sempre in ansia nel decidere o programmare qualcosa.

Gabriella, l’anno successivo che aveva conosciuto Giacomo, fu stabilizzata al Comune di Roma come fisioterapista. Per lei, che lavorava ormai da diversi anni in una cooperativa di servizi per il Comune, era una gioia inaspettata. Ora forse poteva pensare ad avere una relazione seria e magari a mettere su famiglia, come le diceva per scherzo ogni tanto il padre: «Gabriella, quand’è che ti sistemi?».

I primi tempi con Giacomo furono meravigliosi, erano ben sintonizzati in quasi tutte le questioni che la vita poneva loro; avevano però delle accese discussioni sui vestiti e

sul trucco di Gabriella, perché a Giacomo non andavano affatto giù, il che rivelava una

insana gelosia difficile da controllare. Voleva una Gabriella meno appariscente, tutta per lui, al riparo da occhi indiscreti, che avrebbero potuto insidiare il suo possesso. Gabriella

cercava di accontentarlo, scegliendo gonne poco corte o pantaloni poco aderenti. Per il

trucco, aveva deciso per un po’ di mettersi solo lo smalto sulle unghie, e il resto del viso acqua e sapone. Giacomo apprezzava questo sforzo e, per gratificarla, le comprava spesso alcune spille di corallo che riusciva a trovare a buon prezzo a Torre del Greco. Sembrava proprio che il vedersi una volta a settimana funzionasse e che questo tipo di relazione potesse durare fino alle nozze.

Poi, una domenica, furono invitati a Napoli al matrimonio di amici di famiglia, e Gabriella non poté fare a meno di apparire bella e splendente come non mai. Si vedeva

che Giacomo era a disagio: si trincerò dietro un profondo mutismo. Rispondeva solo a

 

domanda, come negli interrogatori di polizia, e Gabriella arrancava sempre nel discorso, ponendo lei le domande. Per tutta la cerimonia non parlarono, rispondevano solo ai saluti e ai complimenti che Gabriella riceveva; poi, alla fine della messa, mentre erano un po’ appartati sul piazzale antistante la chiesa, Giacomo sbottò: «Ti dipingi come una dea, ti vesti come una di quelle per fare le acchiappanze, eh?».

«Di cosa parli?», chiese Gabriella meravigliata.

E lui, rabbioso: «Di cosa parlo?! Di quello che sei! Vuoi avere il codazzo degli uomini dietro, eh?!».

«Che ti piglia, Giacomo?» fece Gabriella, incredula e spaventata. «Non sono una di

quelle che tu dici. Cosa volevi? Che venivo al matrimonio con il saio e una corona di spine in testa?».

«No», disse Giacomo, «ma questa volta hai proprio esagerato! Io non ci sto con una

così!» esclamò indispettito, e si allontanò.

Per tutta la giornata tennero un atteggiamento formale l’uno verso l’altra, poi si salutarono. Dopo qualche giorno ebbero un chiarimento telefonico e decisero di non

vedersi più. Il loro distacco durò oltre un anno, e Gabriella continuò la sua vita: lavoro,

letture, svaghi con gli amici, la famiglia. Ogni tanto si vedeva con un ragazzo di Fermo, educato e riflessivo, che frequentava l’università a Roma. Andavano a teatro o a sentire

spettacoli di musica popolare in qualche circolo privato. Poi un venerdì pomeriggio

ricevette la telefonata di Giacomo che le chiedeva come stava. Non lo nascondeva, ma neppure poteva negare che quella telefonata le facesse piacere. Anche lei si informò

della salute di Giacomo e della sua vita. Ora lui lavorava in un ufficio di progettazione a

Napoli, ma il suo compito era tenere solo i contatti con i clienti. Decisero di rivedersi di nuovo, e lei il sabato prese il primo treno utile per S. Giorgio. In un momento di assenza

dei familiari, fecero di nuovo l’amore e sembrò che il loro dialogo potesse riprendere.

Così fu. Gabriella sentiva di volergli bene e di voler stare di nuovo con lui, nella speranza di arrivare fino in fondo.

 

 

 

«Devo andare a trovare Roberto» pensò, mentre Gina in persona le asciugava i capelli con il phon e glieli scioglieva sistemandoli dietro le spalle. «È meglio che mi consigli con lui, anzi gli chiederò cosa ne pensa del mio stato».

Roberto era un amico di infanzia di Gabriella: abitava in un edificio di via dei Gracchi, al terzo piano di un grande palazzo a forma di quadrilatero dei primi del

Novecento, a ridosso del centro storico. Di quel condominio Gabriella conosceva quasi tutti, avendo  abitato per parecchi anni un paio di isolati più  avanti, esattamente al

numero civico 56. I giovani del condominio di via dei Gracchi 15 avevano pressappoco la stessa età di Gabriella, e con loro aveva avuto esperienze di giochi sportivi, studio, e con alcuni aveva frequentato la stessa comitiva. Quando avevano dieci o undici anni,

qualche pomeriggio andavano in sei o sette a giocare a piazza S. Pietro.

Negli anni Cinquanta a S. Pietro non c’erano macchine, le uniche erano di qualche straniero europeo che veniva in visita alla basilica e parcheggiava l’automobile, con una

targa strana per i ragazzi, a ridosso del colonnato. La comitiva del condominio era molto affiatata e vitale, scherzavano tutti tra loro e si rincorrevano per la piazza, ansimando e sputando ogni tanto per lo sforzo compiuto nel non farsi prendere dagli amici. Oppure si

 

cimentavano con il salto alla corda, a chi resisteva più tempo a saltare sui propri passi, o con il salto delle colonnine che circondavano l’obelisco posto al centro della piazza. Alcune volte erano le ragazze che resistevano più dei maschi, e questo le spingeva a prenderli in giro. Altre volte, invece, i soli maschi si recavano alla Mole Adriana per sfidarsi al calcio, sei contro sei.

I campi in erba erano al di sotto dei muraglioni di Castel S. Angelo, e i ragazzi, prima di scendere verso i prati tiravano fuori dalle loro sacche le divise e gli scarpini con i sei

tacchetti, identici a quelli adoperati dai giocatori professionisti nelle partite di serie A.

Incuranti della gente che passava sul marciapiedi, i ragazzi, utilizzando la staccionata di legno per posare le loro cose, si spogliavano tranquillamente, rimanendo per un attimo a

torso nudo e in mutande. Loro non ci badavano proprio alla nudità, e sembrava che

neppure alla gente importasse molto, perché ritenendoli ragazzini proseguivano a passo svelto il cammino verso direzioni prestabilite.

Roberto era per antonomasia il difensore, ma a volte, quando si formavano le squadre,

assumeva anche il ruolo di portiere. Non che facesse parate strepitose, ma dalla sua posizione di retroguardia gridava e incitava i compagni ad attaccare e segnare i gol. Il ruolo di difensore era in linea con la sua indole caratteriale. Conoscendolo le persone avrebbero detto «Roberto? È un buono» nel senso che non aveva un carattere aggressivo, ma al contrario si prodigava sempre ad aiutare gli altri; era un compagnone, talvolta anche un po’ ingenuo, perché aveva fiducia nelle persone e credeva a tutto quello che gli dicevano (o a buona parte) del loro vissuto. Era ottimista e allegro, la battuta non gli mancava mai, e quando i ragazzi si riunivano a casa di qualcuno di loro per fare una spaghettata, Roberto animava molto la tavola.

Gli amici lo volevano sempre con loro, per una vacanza, una visita a un parente, per cercare di accompagnare un genitore a fare spese; lui non diceva mai di no, ed erano contenti di averlo vicino in frangenti che altrimenti li avrebbero annoiati.

Roberto, negli anni dell’adolescenza, come tutti i suoi compagni, cercava di intrufolarsi nelle feste da ballo per conoscere qualche ragazza. Spesso, però, andando a

ballare in casa di altri conoscenti, quando andava a invitare una ragazza veniva rifiutato. Lui si mortificava molto, e a quei rifiuti ci rimaneva male. Abbozzando un leggero sorriso, facendo credere a sé e agli altri che non era successo nulla, andava a sedersi in

disparte e iniziava a fumare. Le aspirazioni del fumo e le volute che uscivano dal naso e dalla bocca, gli davano coraggio; la sigaretta riusciva ad aiutarlo e lo sosteneva nelle situazioni pesanti, come nel caso di un rifiuto, o anche quando doveva fare lunghe file

alla segreteria dell’Università. Negli anni Sessanta si poteva fumare tranquillamente in ogni angolo, e Roberto approfittava sempre di questa possibilità.

Era simpatico, questo sì, ma un po’ obeso, non molto, ma come si dice a Roma, passava sempre per un “simpatico cicciottello”; non che qualcuno lo chiamasse con questo appellativo, per carità, sarebbe morto di dolore e di dispiacere! Ma le ragazze

fisicamente lo rifiutavano, si vedeva, affettivamente, gli volevano bene, d’altra parte lui le faceva ridere molto con le sue battute, e questo gli permetteva di essere vicino alle ragazze o, alle “donne”, come dicevano i maschi all’epoca. La madre di Roberto era una

delle migliori cuoche del condominio. Avendo vissuto molto le privazioni a causa della guerra, con farina, zucchero e uova era capace non solo di creare pane o splendide

 

fettuccine, ma anche dolci di ogni tipo: dai tozzetti al pan pepato, dalle crostate al pan di spagna…

Il fatto di essere molto dotata in cucina, aveva condizionato molto presto il rapporto con  Roberto,  al  quale  voleva  un  “bene  dell’anima”.  Fin  da  piccolo  aveva  abituato

Roberto  alle  sue  leccornie,  che  iniziavano  la  mattina  con  l’uovo  sbattuto  e  si

concludevano la sera con pasta e ceci o riso e piselli. A causa di questo ménage Roberto era in sovrappeso; e, quando era più piccolo, la madre, per essere libera quindici giorni

ad agosto, lo mandava in colonia, ovviamente al mare, perché il medico gli consigliava

l’aria marina che rendeva inappetenti, in modo da farlo dimagrire un po’.

Gli amici di Roberto, perlopiù magri e longilinei, avevano sempre diverse ragazze che li cercavano; e, sapendo di essere attraenti, facevano finta di “fidanzarsi”, e poi, con una scusa, le lasciavano, e quelle, gira e rigira, andavano sempre a sfogarsi con Roberto. Lo sfogo consisteva in lunghe chiacchierate con toni accesi o dimessi, alcune volte ci scappava anche il pianto, e Roberto, con le sue parole affettuose e il suo ottimismo, le induceva ancora a sperare, ad avere coraggio, a comprendere il gesto di abbandono dell’amico che non era proprio cattiveria, ma necessità, immaturità, incertezza. Da questi lunghi sfoghi le ragazze sembravano riprendersi e rimanevano poi amiche sincere di Roberto. Una volta, una di queste, alleviata l’angoscia, abbracciò d’impeto Roberto e gli dette un bacio sulla guancia. Lui, struggendosi di commozione, con gli occhi umidi, corse nella sua stanza, aprì un quaderno dove riassumeva i suoi pensieri, e di getto scrisse una poesia, idealizzando quell’incontro che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. L’affetto delle donne era un sostegno per lui e, nelle situazioni di sofferenza fisica e morale, correva a ricordare i rapporti profondi che si era costruito e che gli davano la forza per andare avanti.

Questi continui rapporti fatti di ascolto dei problemi, principalmente delle donne, di affetto, di soprusi e ingiustizie ricevute, di abbandoni e di esperienze lavorative non

positive, avevano dato fama a Roberto di “saper ascoltare le donne”, e questo ascolto,

divenuto  ormai  quasi  professionale,  Roberto  lo  documentava,  esibendo  agli  amici, orgoglioso, tutte le cartoline e le lettere di saluti e ringraziamenti che le sue “donne” gli

mandavano. Era questo il motivo per cui, nella sua situazione angosciosa, Gabriella

aveva pensato a Roberto, sicura che con lui si sarebbe aperta e forse, parlando a lungo del suo problema, avrebbe potuto scoprirne il motivo e il significato.

 

 

 

Quando Gabriella arrivò a via dei Gracchi, era pomeriggio inoltrato; dopo aver citofonato, sulle scale l’accolse Roberto con un largo sorriso. «Cara Gabriella,  che piacere vederti! Vieni» disse premuroso, facendola accomodare in casa. Subito sul saloncino si affacciò la madre di Roberto che salutò anche lei Gabriella affettuosamente.

Roberto con tono imperioso ordinò alla madre di preparare il tè, chiedendo a Gabriella se gradiva quello verde o alla menta; poi si sistemarono comodamente nella camera di Roberto. «Come va il lavoro?» chiese Roberto. «Molto bene» disse Gabriella, «anche con i colleghi sono riuscita a instaurare un buon rapporto. Comunque siamo quasi tutte donne e con alcune ho fatto subito amicizia, ci stimiamo e ci aiutiamo quando occorre… Ti ho disturbato forse? Avevi da fare oggi pomeriggio?». Lui scosse la mano per fugare ogni dubbio: «No no, stavo solo cercando tra le pagine di questo libro di storia qualcosa

 

di interessante per utilizzarlo in un racconto che sto buttando giù». «Ah, bene, poi me lo farai leggere», esclamò lei sorridendo. «Se lo scrivo, volentieri» rispose lui schermendosi con un risolino. L’atmosfera che sembrava all’inizio grave e carica di presagi nefasti si alleggerì, e Roberto prese come suo solito a fare domande.

«Ti è successo qualcosa, hai qualche problema? Sei sicura che va tutto bene?». Gabriella non si fece pregare: non aspettava altro, e cercò di aprire il suo animo meglio

che poteva. «No, non va bene nulla, sono disperata» disse in tono angosciato. «Come?» domandò Roberto con la fronte corrugata. «Spiegami».

«Senti, Roberto» iniziò, posando la sua mano su quella dell’amico. «Se ti confido una

cosa, mi prometti di non ridere? Non mi prenderai in giro, vero? Soprattutto quello che sto per dirti non deve uscire da queste mura». «Ma scherzi, cara Gabriella?!» esclamò in tono preoccupato e incuriosito. «Ti risulta che io i fatti personali degli altri li pubblichi sul gazzettino del quartiere? Ebbene?» soggiunse, mentre cresceva la sua curiosità.

«È un po’ di tempo che quando qualcuno mi tocca per salutarmi e mi abbraccia, o mi guarda  un  po’  più  a  lungo  del  solito,  soprattutto  se  è  donna,  mi  assalgono  delle

sensazioni di piacere, piacere erotico» aggiunse preoccupata, «che mi avvolgono mente e

corpo abbattendomi. Perché sia chiaro, io non voglio diventare lesbica!».

«Come!» esclamò Roberto, che ancora non capiva bene i sintomi che l’amica gli spiegava. «No, scusa, mi stai dicendo che principalmente quando vieni toccata o guardata da una donna, senti del piacere “preoccupante”?». «Sì, anche se vedo magari una fotografia dove magari c’è una donna in un atteggiamento “particolare”». «E se invece ti guarda un uomo?» chiese lui. «No, un uomo non mi fa nulla». «Magari ti imbarazza» insinuò Roberto. «No, neppure quello. Non mi fa nulla e basta! Poi, non ti dico come sta la mia testa, ho paura d’impazzire!». «Lo credo», rispose Roberto, in tono riflessivo, «perché essere quello che tu rifiuti scatena un conflitto senza soluzione: ecco il tuo mal di testa.Ma Giacomo sa tutto questo?».

«Scherzi?! Se provassi a dirglielo, rimarrebbe turbato. Lui poi semplifica molto e fa ricadere tutto su di me, come se io fossi responsabile dei miei pensieri. Ma ti assicuro

che io non voglio assolutamente diventare lesbica».

«Piano, piano, Gabriella, tra il pensare e l’essere non c’è di mezzo il mare ma quasi. Il problema è che ti senti colpevole solo a pensarle queste cose». «Già, è vero» commentò.

«Beh, da questo punto di vista, ho letto una volta che una suora aveva la tua stessa sintomatologia». «Aveva paura di diventare lesbica?!» esclamò stupefatta. «No, che dici», rise Roberto. «Ma aveva dei pensieri erotici di un rapporto con Gesù, e questo

naturalmente lei non lo voleva e inorridiva!». «Ci credo! Come la capisco!» commentò con tono commosso. «Io penso, invece», seguitò Roberto, «che se uno ha dei pensieri e

non li mette in pratica, non può mica considerarsi colpevole. Se io penso di voler fare una rapina alla posta per procurarmi il denaro e poi non la faccio, non mi mandano certo a Regina Coeli!». «Certo che no» disse Gabriella, e questa semplice considerazione

sembrò calmarla un po’. Come aveva intuito, parlare con qualcuno facendo uscire da sé il problema che viveva, le aveva dato la possibilità di osservarlo meglio con distacco, togliendo e controllando tutta l’emotività suscitata in lei dalla visione di un suo rapporto

con un’altra donna lesbica! Sarebbe poi stata capace di farlo veramente? Mentre si faceva questa domanda, la madre di Roberto entrò con un vassoio di metallo e posò le tazze con lo zucchero su un piccolo tavolino a lato della scrivania di Roberto.

 

«Mi ha fatto molto piacere rivederti» disse la madre, «era parecchio tempo che non ci si vedeva». «Eh, cara signora, ormai con il lavoro, di tempo ne ho poco; anche se alle quattro esco dall’ufficio, poi ho sempre delle cose da fare. Con Roberto però riusciamo a vederci. Anche con gli altri; chi lo dimentica il condominio di via dei Gracchi!» disse ridendo. «È unico!». «Ah, certo, con tutti quelli che ci abitano puoi ben dirlo strano, compresi noi». E uscì dalla stanza sorridendo.

Sorseggiavano il tè in silenzio, soffiando di tanto in tanto sul liquido per raffreddarlo. Roberto cercava mentalmente di sviluppare un’idea, un possibile rimedio al disturbo ossessivo della sua amica. Gabriella, come suo solito, prese a dialogare con sé stessa.

Dovrei dirlo alla mamma, forse anche lei è giusto che sappia quello che vivo. Certo, cercherebbe di sminuire il mio vissuto per farmi piacere, ma poi, in fondo, sarebbe preoccupatissima.  La  conosco  bene,  non  resisterebbe  più  di  due  giorni,  poi  lo

confiderebbe a papà. Oddio, a papà no! Neppure a mio fratello o a mia sorella maggiore. Basta. A nessuno di questi, me lo tengo e basta!

Dopo l’ultimo sorso Gabriella mise la tazza sul tavolinetto e chiese a Roberto: «Sì però, i trasalimenti erotici che vivo come te li spieghi?».

«Beh, intanto dobbiamo chiederci il modo di toccarti. Non credo che se ti do la mano

come faccio, per esempio, per salutarti, trasalisci subito!». Gabriella ci pensò un attimo, poi affermò con tono stanco: «Sì, è vero, dipende molto dall’atteggiamento, dall’espressione. Però, se mi abbraccio con una donna, la sensazione erotica parte subito!».

«Guarda», cercò di spiegare Roberto, «se si stimolano alcune parti del corpo, a prescindere da chi lo faccia, anche contro la nostra volontà noi rispondiamo. Pensa che

una volta un’amica di mia sorella mi dette per poco tempo da tenere la sua bambina di otto mesi. Ebbene, sedendomi, inavvertitamente il peso dell’infante mi pigiò sulle parti

intime. Non voglio dire che partii per la tangente, come mi hai descritto tu poco fa, però una piccola sensazione di piacere l’ho avuta e ho posato immediatamente la bambina sul tappeto. Adesso hai capito meglio quello che voglio dire?».

«Tu mi dici che chiunque può toccarci alcune parti sensibili del corpo, e poi questo può rispondere indipendentemente dalla nostra volontà?». «Certo, brava! Altrimenti non penserai mica che avrei voluto avere un contatto con la bambina per trarne piacere!»

fece Roberto mettendo le mani avanti. «Poi» proseguì «vuoi proprio sapere come la penso?». «Certo» annuì lei. «Bene, secondo me, abbiamo dentro di noi una parte maschile e una femminile: quindi, a seconda di chi ci tocca, se per esempio è un maschio

avremo un ottanta per cento di mascolinità che non reagirà, ma un venti per cento femminile che sentirà piacere. L’inverso, se siamo donne e ci tocca un maschio, la gran

parte femminile di noi reagirà insieme alla nostra volontà positivamente, ma ci sarà anche un venti per cento di femminilità, che potrebbe anche ugualmente provare piacere!». «Ah, tu dici che se mi tocca una donna è il mio venti per cento femminile che

reagisce? Che vuole il rapporto?». «Che lo voglia non lo so» disse Roberto, «che reagisca sì».

«Ah,  quindi  è  il  mio  venti  per  cento  femminile  che  mi  fa  impazzire»  esclamò

Gabriella ridendo. «Sì, adesso non so bene le percentuali, ma se ti fa piacere pensale! Quello che voglio dire è che le nostre due parti, la maschile e la femminile, possono

 

reagire anche se toccate da una persona dello stesso sesso. Sta poi alla nostra volontà di dar seguito al contatto o meno».

Questo esempio di Roberto, basato sulle percentuali di femminilità e mascolinità che avremmo come trascrizione genetica, sembrò avere aperto una breccia nell’animo di

Gabriella, perché fin sulla porta di casa riuscì a mantenere un lieve sorriso sul viso. Si

salutarono e si baciarono come due vecchi amici, promettendosi di monitorare il fenomeno.

Accettando le due dimensioni del corpo, come aveva detto Roberto, e non ritenendosi

colpevole per il solo pensiero di avere un rapporto con una donna, Gabriella si liberò dalla sua angoscia e riuscì ad affrontare meglio la situazione.

 

 

 

Quando rimase solo nella sua stanza, nell’attesa della cena, Roberto ripensò al problema di Gabriella, alla sua stranezza e alla manifestazione della realtà, agli inganni dell’inconscio nella vita, che ci prende con vissuti inimmaginabili e ci condiziona la quotidianità, dandoci un’immagine di noi, di piccolezza e impotenza, come del resto si dovettero sentire i primitivi o gli antichi di fronte ai fenomeni naturali violenti e cruenti. In cuor suo si sentiva anche un po’ soddisfatto e inorgoglito di aver tirato fuori quella ipotesi sul malessere dell’amica. Per un attimo si meravigliò, ma accettò il suo volo pindarico e si immerse di nuovo nei suoi appunti e nelle letture. Spesso Roberto, quando gli argomenti che leggeva lo interessavano molto, prendeva a sottolineare con la matita i passi più importanti o scriveva dietro il libro, nelle ultime pagine di solito bianche, riflessioni, giudizi, sintesi dei pensieri complessi elaborati dagli autori.

Sembrava, più che leggere, che Roberto li studiasse quei libri, per accrescere le sue conoscenze e per raffinare la sua cultura, che avrebbe poi esibito davanti alle donne per

risultare simpatico e amabile, un po’ come il vino che non è un granché ma si apprezza ugualmente! Era una sorta di equilibrio che Roberto tentava di costruire; nell’impossibilità    di    essere    desiderato    fisicamente,    poteva    almeno    esserlo

intellettualmente e caratterialmente, anche se la difficoltà di realizzare questo secondo obiettivo era molto più difficile rispetto al primo.

Nonostante avesse avuto una formazione tecnico-scientifica, sentiva di avere una sorta di buco, di vuoto da riempire: «l’Umanesimo», la comprensione dell’uomo e della gente tutta, nelle loro manifestazioni di vita e nei problemi connessi a questa.

La sottolineatura si arrestò di colpo, lo squillo del telefono lo avvertì che qualcuno lo cercava. Era Dora, Dorina come tutti nel condominio la chiamavano. Abitava al sesto e ultimo piano, una ragazza bruna con i capelli a riccioli, un po’ minuta ma graziosa come

presenza e accattivante nel suo modo di parlare ed esprimersi. Roberto sentì al microfono della cornetta la sua voce concitata che spiegava il rifiuto di Sandro di

continuare il rapporto sentimentale con lei. Sandro abitava al quinto piano, proprio sotto la colonna di Dorina, e per un paio di anni era stato compagno di classe di Roberto, poi i genitori avevano deciso di fargli cambiare scuola perché, dicevano, il professore di

matematica lo aveva preso “sottocchio”. Sandro era magro e slanciato, con un leggero mento sporgente che gli conferiva un’aria da intellettuale (l’opposto di quel che era!). Per il suo fascino le donne, non appena lo conoscevano, volevano subito il suo numero di

telefono.

 

Dorina parlava concitata, con un tono a volte sconsolato a volte rabbioso; poi all’improvviso non si controllò più e cedette in un pianto. A quel punto ci volle tutta l’abilità di Roberto nel calmarla.

«Non ti merita, cara Dorina, se non apprezza tutto quello che hai fatto per lui: le tue premure, il tuo interesse, il sacrificarti sempre ai suoi orari e alle sue stranezze, altrimenti non si decideva nulla. No, non ti merita, lascia perdere! Guarda, se vuoi ci parlo io con Sandro, cerco di capire quali margini ci sono per continuare il rapporto». Dorina, inorgoglita, glielo vietò: «No, lascia stare, Roberto, tanto si pentirà di quello che ha fatto, e io di certo non torno indietro, non voglio essere il tozzo di pane da mandare giù a forza con un bicchiere d’acqua».

«Ma sì», concordò Roberto, «vai per la tua strada, tanto con Sandro non ci fai molto; a che ti serve uno così! Tu hai tante belle qualità, vedrai che tra non molto qualcuno

interessante busserà alla tua porta».

Dorina accettò quell’immagine e ringraziò Roberto per il suo intervento, lo esaltò salutandolo, dicendogli che era una brava persona, un vero amico, affidabile. «Un giorno

anche tu sarai felice e io sarò felice insieme a te» si congedò Dorina.

Roberto, posata la cornetta, iniziò a fantasticare. Guardava con un sorriso un po’ ebete il  ritratto  di  Neruda  che  aveva  davanti  alla  scrivania,  e  immaginò  abbracci  e  baci

profondi  da  parte  di  Dorina,  ma  anche  di  altre,  alle  quali  lui  si  sarebbe  dedicato

volentieri per renderle felici. In realtà, già sapeva tutto della fine del rapporto tra Dorina e Sandro, perché Carlo V, così chiamava l’amico a causa del suo mento, gli aveva

raccontato tutto e si era sfogato dicendo che non ne poteva più perché lei lo pressava e

controllava di continuo, e lui non respirava più. Roberto gli aveva suggerito per correttezza  di  dirglielo,  e  lui  aveva  seguito  il  consiglio.  Ecco  il  significato  della

telefonata di Dorina.

Il giorno seguente, durante la pausa pranzo, mentre Roberto era disteso sul letto a digerire, gli arrivò la telefonata di Gabriella che gli chiedeva di vederlo al Bibo Bar, un locale vicino a piazza Venezia, frequentato da giovani e da studenti. Nel sentirla Roberto domandò subito come andasse, e lei rispose con un «Così così», nel senso che a volte riusciva bene a controllare le sensazioni intriganti, altre volte «partiva per la tangente», come diceva lei, fissandosi sulle immagini più sensuali. Roberto le dette appuntamento per l’indomani pomeriggio, e lei accettò.

Il Bibo Bar era un locale molto grande, con due entrate e due piani. La pianta era a forma quadrata, e dal primo piano si aveva una visione panoramica del locale. I tavoli

erano quasi tutti fissi, ancorati al suolo, e alcuni, invece delle sedie, avevano le panche. Al centro del locale, al piano terra, c’era la zona lavoro, sempre a pianta quadrata, e si

vedevano i camerieri che preparavano le ordinazioni. In genere si muovevano di corsa, non stavano mai più di due minuti fermi; mentre avviavano alla cottura o alla caffetteria le cose richieste, subito organizzavano un’altra comanda e, tra l’andirivieni che nasceva,

ogni tanto si scontravano tra loro o si frenavano bruscamente. Il locale era arredato con i vetri, ed entrava sempre molta luce; anche alcuni tavoli avevano il vetro e i lampadari che riflettevano la luce sulle superfici, e davano un’aria di modernità e di pulito che lo

rendeva attraente.

La clientela era molto giovane, perlopiù erano studenti che parlavano di materie e di esami, oppure di versi, erano coppie che si erano conosciute nelle aule universitarie e

 

venivano al Bibo per stare vicini, toccarsi e rimirarsi languidamente l’uno negli occhi dell’altro. Era un bel clima, e la vista su piazza Santi Apostoli rendeva la permanenza gradevole.

Roberto arrivò qualche minuto prima, entrò nel locale che conosceva bene e andò deciso verso la scala che portava al piano superiore. Mentre si toglieva il giubbotto imbottito, il cameriere gli chiese se era solo, e rispose che aspettava una persona e avrebbe ordinato non appena questa fosse arrivata. Prima di sedersi al tavolo prese un giornale quotidiano, lo stese ben bene sul tavolo, poi iniziò a leggerlo.

Gabriella arrivò poco dopo, mentre Roberto finiva di leggere la cronaca. Si salutarono con larghi sorrisi, e lei gli chiese se era molto che aspettava, lui scosse la testa e la invitò

a sedersi, chiedendole come stava. «Come sto?» rispose con un sospiro. «Meglio direi,

però anche questa settimana mi sono venuti dei dubbi che hanno aumentato di nuovo la mia ansia».

«Quali?» le chiese. «E se, in fondo, la mia omosessualità mi piacesse?» disse con

voce rotta dalla emozione». «Io lo trovo improbabile» la interruppe subito Roberto,

«visto che non lo sei mai stata e hai preferito sempre i rapporti etero e solo quelli». «Sì, sì, lo so, questa è la razionalità, però sento continuamente qualcosa che mi attrae verso

tutto ciò che è donna. Anche ieri, per esempio, mi è capitata in mano una rivista con la foto di una bella donna, giovane, truccata, ben acconciata e con i capelli intrecciati che erano stupendi. Improvvisamente ho sentito che il cuore mi batteva e mi sentivo attratta

verso quella bella figura che mi assaliva».

«Beh, poteva essere un sentimento legato ad una fantasia di amicizia, ossia era magari il tuo desiderio di avere quella donna come amica».

«Sì, può darsi che tu abbia ragione, che sia proprio così. Però era il sentirmi attratta da quella figura che mi metteva paura e angoscia».

«Rassicùrati» disse Roberto con tono calmo e persuasivo. «Perché non ti imponi una regola forte e decisa del tipo “Finché il mio corpo nudo non sarà unito fortemente con quello  di  un’altra  donna,  io  non  posso  e  non  devo  considerarmi  una  lesbica”?».

«Altrimenti?» chiese lei. «Altrimenti» tentennò Roberto, come se cercasse dentro di sé una vera motivazione, «se si verificherà, dovrò considerarmi una donna che ama altre donne». «Come, altre donne!» esclamò offesa e irritata Gabriella. «Scusa, volevo dire al

singolare», corresse.

Era questa l’idea assurda e inaccettabile che la teneva in ostaggio, che non le faceva vivere un’esistenza serena, ambiziosa, con qualcosa da costruire che potesse incidere

significativamente sulla sua stima e il suo valore. Voleva essere amata da un uomo, ma alla pari, rispettata e incoraggiata nel suo cammino.Voleva, come altre donne, includere

nelle sue aspirazioni quella di diventare madre, creare un essere che avrebbe cresciuto e amato per tutta la vita. Un essere tutto suo! A questi pensieri lui si commosse un po’, poi di nuovo con rabbia tornò a considerare il suo malessere.

«Secondo me», disse Roberto, sorseggiando una bevanda tropicale che aveva ordinato, «tu dai troppa importanza alle sensazioni che vivi, ci credi così tanto che le assumi subito come vere, senza nessun tentennamento o ripensamento, quindi se le vivi

come vere sono vere! E poi ci stai male. Che ne dici di questa ipotesi?».

 

«Dico che è vera, e ci rivedo un po l’atteggiamento di mia madre, sempre attenta e guardinga a ciò che possa nuocerle». «“È bene che controlli sempre se c’è pericolo nelle tue azioni” mi diceva fin da giovane. Chissà, forse ora io le sto obbedendo ciecamente».

«Invece», proseguì Roberto, «devi fidarti più del principio di realtà e assumere come vero ciò che vivi realmente, non fidarti della sensazione, dell’intuito, che possono essere stati di presagi che poi non si manifestano, lasciando solo inquietudine e tristezza».

«Sì, hai ragione» disse Gabriella, rassegnata a questa nuova visione che Roberto le stava offrendo. «Ma come si fa? Secondo me non è semplice: ci proverò, te lo assicuro! Farò di tutto per stare meglio».

«Senti, perché non ci vediamo un pomeriggio a casa mia? Così magari proviamo a fare un po’ di Yoga insieme, perché secondo me hai bisogno di un po’ di calma e di rilassatezza, che ne dici?» propose Roberto. «Yoga?!» esclamò Gabriella. «Non l’ho mai

fatto, che cos’è?».

«Beh, essenzialmente è un metodo immaginativo che aiuta a star bene. Non vedi più te che diventi lesbica, ma altre figure più positive».

«Voglio provare», disse con un leggero entusiasmo Gabriella, «pensare e vedere altre

cose da quelle viste finora, penso mi sia utile».

Stabilirono di vedersi un mercoledì pomeriggio intorno alle diciassette circa, a casa di Roberto. Si salutarono e Gabriella lo abbracciò con affetto sincero. Quando si allontanò, Roberto rivisse quella sensazione spontanea di calore con grande gioia e soddisfazione; si sentì importante. Una donna lo aveva abbracciato, e questo era per lui un segnale che una ragazza poteva volergli bene. Iniziò a camminare a passo svelto verso la fermata dell’autobus.

 

 

 

Piazza Venezia era piena di luci. Il traffico serale non era pesante e l’aria che li investiva sembrava scuoterli piacevolmente, come quando d’estate per scherzo, qualcuno ci butta dell’acqua fresca addosso che ci fa urlare e ridere di gioia. Camminavano vicini in direzione dell’autobus, per andare a riprendere la macchina fuori dalla ZTL. Gabriella infilò il braccio in quello di Roberto e si avvicinò ancora di più a lui. Roberto senti il cuore battergli, l’amica era molto vicina e, quella vicinanza lo riconduceva a desideri che a stento riusciva controllare. Dopotutto pensava, Giacomo è così cretino, così maldestro verso di lei che se riuscissi a far interessare Gabriella a me che male ci sarebbe!

Il bus arrivò quasi subito e trovarono due posti vicini. Il braccio di lei era sempre infilato in quello di Roberto e, ad un tratto forse stanca della giornata e della tensione che viveva, si inclinò ancora di più con il corpo verso l’amico. Per diversi secondi Roberto chiuse gli occhi e le sensazioni corporee di Gabriella furono vivide ai suoi sensi. Sentiva il proprio corpo che si abbandonava a quella piacevolezza e con l’aiuto della sensibilità si erotizzò di nuovo. L’auto fece una brusca frenata per evitare una collisione con una macchina davanti e le porte si aprirono. I due amici scesero e dopo pochi passi giunsero alla macchina. Mentre arrivavano all’abitazione di Gabriella si accordarono per sentirsi al telefono e decidere cosa fare.

Si stava innamorando di lei? L’amica che gli confidava le sue pene, che credeva in lui e nel suo rapporto confidenziale? L’intimità, è qualcosa di nostro, molto particolare, che

non va esibita a nessuno, solo a pochi “eletti”. Se è così preziosa, allora condividerla

 

con qualcuno deve rivestire un simbolo di grande stima, affetto, amore. Ho letto da qualche parte che parlare della nostra intimità è come iniziare a spogliarci di fronte ad un altro. L’avanguardia del nostro amore.

Questa parola della sua sintesi risuonò nella testa. Sarebbe riuscito finalmente a varcare il confine dell’ascoltatore, del confidente, per arrivare ad amare, a corrispondere con una donna i suoi sentimenti? Come sempre, la paura del rifiuto , del non essere voluto se non come essere parlante, lo prese e si irrigidì, perché questa idea gli dava l’immagine della solitudine , della rassegnazione, dei suoi limiti e dei suoi dispiaceri. Arrivò a casa esausto e si gettò sul letto vestito. Ebbe appena la forza di togliersi le scarpe e si addormentò.

Dopo due giorni Gabriella entrò nella sua stanza e si sedette sul divano. Parlarono del loro lavoro e dei contrasti tra i colleghi e i coordinatori che li gestivano. Gabriella con il

suo carattere mite, essendo l’ultima assunta, acconsentiva sempre ad aumentare il carico di lavoro che sarebbe toccato agli altri, mentre Roberto doveva far fronte a dinieghi ed

assenze da parte dei suoi collaboratori. Le angosce dell’amica, andavano e venivano. Ora l’assalivano e l’abbattevano ora, la lasciavano quasi indifferente, aprendogli una speranza di guarigione a cui lei neppure credeva.

«Con Giacomo come va?» chiese Roberto, «Sono scesa giù la scorsa settimana. È sempre uguale, sospettoso! Mi chiede sempre con chi vado e con chi parlo. È di una gelosia esasperante». «Questo è per controllarti a trecentosessanta gradi, tutto tondo».

«Sì, e si arrabbia come una iena se per caso vado o vengo a contatto con persone a lui non gradite». «Uno scrigno da tenere sotto chiave! Come ti vedi come “scrigno”?». «E me lo chiedi ?» rispose con tono abbattuto, allungando le braccia e il corpo verso il

pavimento sconsolata. «Come facciamo da diverso tempo poi, prima che partissi abbiamo avuto il solito litigio». «A proposito di cosa?» chiese l’amico,

«A proposito della mia relazione durante l’anno che ci siamo lasciati, con quel ragazzo di Fermio». «Ebbene?». «Voleva sapere nei minimi particolari come mi ero comportata durante il rapporto, del tipo “Sono meglio io o l’altro”? Sai, gli uomini ci tengono alle

loro performance sessuali». «E te?», chiese ancora Roberto. «Io? Io cerco sempre di minimizzare tutto per non offrirgli nessun pretesto. Ti raccontai, no? quando ci siamo rimessi insieme cosa mi disse…». «Non me lo ricordo» rispose Roberto incuriosito.

«Quando seppe della mia relazione , deve esserci rimasto male; mi proibì assolutamente di rivederlo». «E anche di vedere altri uomini» aggiunse l’amico, «a meno che non si chiamino Giacomo».

Gabriella lo fissava con sguardo profondo, quasi a indovinare le conclusioni delle sue considerazioni, che avrebbero aperto scenari nuovi sul suo caso. «Come?» chiese, come

se volesse sapere di più di quello che Roberto diceva. «Penso, cara Gabriella, che Giacomo deve averti imposto questo tipo di cognizione: “se vuoi stare di nuovo con me , non devi guardare , né frequentare, né accostarti a nessun uomo”. Te, per salvare il

rapporto che era già incrinato , hai non solo obbedito ciecamente, ma hai assolutizzato l’imposizione». «Che cosa intendi per assolutizzare?». «Assolutizzare è qualcosa che non ha deroghe, è quella cosa e basta, non si discute! A volte può essere imposto da altri, ma

a volte anche da noi stessi». «Dici?» chiese con tono poco convinto. «Dico di sì», esclamò, «ovviamente tutto questo processo credo sia inconsapevole. Del resto, se uno non può assolutamente guardare gli uomini cosa sarà portato a vedere?». «Le donne»

 

disse lei. «O i bambini, o le persone anziane» concluse Roberto, «tutti tranne gli uomini». Ora l’amica lo guardava sconsolata e muta.

«Ecco perché», riprese Roberto, «le donne e le figure femminili esercitano così tanta attrattiva da suscitarti reazioni sessuali estreme». Erano uno di fronte all’altro e tacevano,

si guardavano con commiserazione e meraviglia di aver scoperto insieme il tipo di

sostanza che avvelenava pian piano la vita di Gabriella. Trascorsero ancora un paio di minuti riflettendo, come quando inginocchiati si prende la comunione e si sta con il capo

sorretto da una mano, poi le loro braccia si allungarono e si trovarono. Le dita si

aprirono e si intrecciarono. Si tennero così, fianco a fianco, guardando il soffitto e la parete della camera di Roberto tappezzata dalle foto dei suoi “grandi poeti”. Ancora in

silenzio, poi Gabriella posò la sua testa sulla spalla di Roberto, lui si chinò sulla sua

testa, chiuse gli occhi e si sentì in paradiso…

 

 

 

Formulata l’ipotesi riguardo alle cause dello strano fenomeno che angosciava Gabriella, non si videro per oltre una settimana. Il lavoro di fisioterapista di Gabriella la prendeva molto, e la coordinatrice della cooperativa in cui lavorava, apprezzandola, le aveva dato un incarico particolare: la riabilitazione di bambini che avevano subìto vari traumi fisici, compresi quelli dovuti al parto.

Gabriella aveva chiesto consiglio a una sua amica di corso, non avendo quasi mai trattato bambini e, in poco tempo era riuscita a prendere la situazione in mano.

Roberto, che stava finendo la scuola di psicoterapia comportamentale-, preparava gli esami, e il pomeriggio, due volte la settimana, per guadagnare qualcosa, collaborava in un istituto di ricovero per ragazzi autistici, preparando piani strategici per migliorare la

loro autonomia . Era un lavoro che portava avanti da diversi anni, e i risultati ottenuti gli davano anche delle soddisfazioni, fornendogli una immagine di se positiva. Ogni tanto,

nell’elaborare le sequenze comportamentali, pensava a Gabriella e un desiderio di amore lo faceva precipitare in uno stato emozionale così intenso da interrompere momentaneamente il lavoro. Con la scusa di accendersi una sigaretta, si allontanava dal

computer e riprendeva a pensare a lei. Inveiva nella sua mente con brutte parole verso Giacomo la cui acuta gelosia aveva reso così fragile Gabriella, verso la realtà e le figure femminili.

Ti proibisco di avere rapporti con altri uomini. Con qualsiasi uomo.

«Ma chi sei, il Giudice della Corte Federale?» mormorava tra sé, con un filo di voce.

«Il problema è che tu non l’ami Gabriella caro Giacomo, ma vuoi solo possederla, desideri il suo corpo, la sua anima, la sua devozione. Ma tu a lei dai appena u n quarto di

quello che ricevi».

Non poteva sopportare tutto questo. Lui invece, dopo i contatti intimi del cercare e ricercare, delle ipotesi e congetture, lui sì che era entrato nell’animo di lei e l’aveva capita. Aveva dedicato il suo tempo alla “donna”, ma ora Gabriella appariva più che la donna da ascoltare e capire, rincuorare, più che la donna da desiderare per sesso e piacere. Lui ora sentiva di volerle bene, la stimava e desiderava stringerla tra le braccia, coccolarla come faceva sua madre con lui. Accarezzarla e inondarla di baci. Provò ad accendere un’altra sigaretta, ma si ravvide e si riscosse subito dalla sua favola mentale. Gettò via tutto e tornò al lavoro.

 

 

 

Qualche giorno dopo, mentre rientrava a casa, trovò nella cassetta della posta una lettera di Gabriella, che lo avvertiva di essere ricoverata in un ospedale di Bologna in

attesa di un’operazione. Roberto corse subito a casa, entrò come un razzo nella sua stanza e iniziò a preparare lo zaino furiosamente.Non pensava a nulla, non vedeva

neppure quello che portava. Inconsciamente aveva già escluso di fare una telefonata per capire la natura dell’ intevento chirurgico. Uscì dalla stanza nella stessa maniera con la

quale era entrato e salutò i genitori.

«Dove vai» chiese la madre piena di meraviglia.

«A Bologna» a trovare Gabriella, ci sentiamo questa sera.

Il padre, osservando Roberto da sotto gli occhiali, sapendo, come altre volte era successo, di non poter frenare il figlio nelle sue decisioni affrettate e inappellabili, con aria rassegnata, senza chiedere nulla gli mise in mano dei soldi e mormorò:«Stai attento».

Mentre era sul treno, cercò di mandare vari messaggi all’amica, anche per avere indicazioni  specifiche  Sulla  destinazione.  Seppe  così  che  era  a  Bologna  per  essere

operata al cavo orale. Il dentista che doveva metterle una capsula di porcellana a un dente, si era accorto di una macchia al lato della bocca, una biopsia dopo alcuni giorni

aveva rivelato un verdetto infame: quella macchia era un tumore che andava tolto al più presto.

Quando Roberto entrò nella stanza, era pomeriggio inoltrato. Gabriella si era appena

appisolata ma aprì gli occhi sentendo il rumore della porta. Lo salutò un po’ imbarazzata dal fatto di trovarsi a letto davanti all’amico. «Sei riuscito a trovarmi». Roberto si chinò sul letto -e le sollevò il capo. L’abbracciò con delicatezza e le sussurrò «Cara Gabriella». Si baciarono sulle guance come facevano sempre, da amici. Rimasero ancora alcuni secondi abbracciati poi lei suggerì con garbo, di scostarsi perché i genitori sarebbero potuti tornare da un momento all’altro.

«Dove sono?» chiese Roberto. «Sono andati in pizzeria». Gabriella doveva  fare ancora alcune analisi-, poi sarebbe stata operata. Chiese a Roberto dove avesse trovato alloggio e lui rispose che-, nei pressi della stazione aveva prenotato una stanza in una pensione a tre stelle-, piccola ma pulita e ben arredata, con le tendine rosse alle finestre e delle poltroncine di finta pelle nella hall.

Gabriella chiese sorridendo notizie del condominio -e Roberto la aggiornò su tutto:- intrighi, nuovi amori, distacchi, tradimenti, persino i mancati versamenti alla portiera da parte dell’amministratore.

Roberto volle sapere se Giacomo fosse venuto a trovarla o si fosse messo in contatto con lei.«N», rispose lei, «è troppo lontana Bologna da S. Giorgio». «Che significa»

replicò Roberto perplesso. «Mi ha fatto gli auguri e mi ha assicurato che mi telefonerà».

Rimasero in silenzio, poi lui si alzò e si avvicinò alla finestra, mentre osservava alcune persone passeggiare nel cortile sottostante prese a riflettere in tono sommesso

quasi parlando con sé stesso: «Mi dispiace molto di tutto questo. Avrei voluto vederti felice e sollevata dopo le conclusioni a cui siamo pervenuti e, questo lo vivo come una mia sconfitta, quasi fosse impossibile raggiungere un’armonia con noi stessi e la vita.

Avrei voluto passeggiare con te per Villa Sciarra e tenerti per mano al mio fianco,

 

inalando gli odori del parco e riposando lo sguardo al verde delle foglie. Avrei voluto sentirti vicina come quando, ogni volta che ci salutavamo sentivo il tuo corpo stretto al mio-, il tuo seno che mi sfiorava il torace e il mio controllo sul sentimento che mi prendeva e mi strozzava. Avrei voluto….»

Mentre Roberto esponeva queste visioni, Gabriella si alzò in silenzio dal letto e a piedi nudi raggiunse l’amico. Posò la sua testa sulla schiena di lui e lo  abbracciò.

Lentamente Roberto si voltò con delicatezza, le cinse la vita e le accarezzò i capelli. I due corpi stretti stretti si fusero e il piacere di scambiarsi affetto a lungo sopito li fece quasi tremare di gioia e di contentezza per essere vicini e toccarsi, senza nessun pretesto

se non quello dell’attrazione e del bene reciproci. Si toccarono a lungo e si baciarono più volte sulle guance sul volto e, fugacemente sulle labbra.

Per Gabriella era gratitudine, tutto quel sentimento che esprimeva pochi giorni prima

di essere operata? O un vero sentimento che avrebbe sotterrato per sempre l’amore per Giacomo?

Sentirsi contraccambiato nei sentimenti per Roberto fu una resurrezione dal limbo dove per tanti anni era stato relegato e da cui, ora rinasceva sotto una nuova veste; il ragazzo, l’uomo fiero di sé e di quello che faceva, amato come i suoi coetanei e pronto ad

affrontare il mondo con l’amore di una donna al fianco.

Roberto in tutta la sua robustezza, sollevò Gabriella da terra e la depose nel letto, le accomodò le lenzuola e sedette vicino a lei dandole la mano.

Parlarono del loro passato, dei loro caratteri, della giustizia e dell’odio, dell’invidia e dell’affetto fraterno. Poi quando Roberto fu sicuro che Gabriella si era donata a lui con amore la salutò. «Vado, prima che tornino i tuoi». «Si, vai». «Passo domani mattina a

salutarti». «No», disse lei, «a mattina c’è la visita del primario, preferisco che mi aspetti a Roma». «Ne sei certa?», chiese con aria interrogativa«Sì ho deciso così».

La baciò sulla fronte. poi uscì. Non si sentiva più solo, sentiva il corpo di Gabriella sempre vicino al suo, la morbidezza dei suoi capelli sul suo viso e le guance calde accostate alle sue.

Si addormentò tardi quella notte. Ogni tanto cambiava posizione nel letto e si domandava se potesse anche lui, come Giacomo, diventare geloso al massimo grado, e impedire a Gabriella di guardare gli altri uomini. Trovò tutto questo assurdo, e si rifece

ai suoi principi di spontaneità e di libertà che ogni individuo doveva seguire, per vivere pienamente,una vita davvero “degna”. L’amore e l’affetto ricevuti lo esaltavano e lo intenerivano, a volte si commuoveva per questo suo donarsi e voler bene, come un

adolescente che sperimenta, per la prima volta, l’amore e il bene che non è di sua madre, ma di un’altra donna.

 

 

 

Di nuovo a casa gli impegni di studio e di lavoro lo distrassero per un po’; appena ebbe finito di pranzare insieme a sua madre in cucina come ogni giorno, ricevette un messaggio sul cellulare. -Gabriella gli comunicava l’esito felice dell’operazione, anche se soffriva un po’ per i punti di sutura vicino al palato, era soddisfatta per quanto le avevano detto i medici e si sentiva molto rassicurata. Disse anche a Roberto quando sarebbe tornata a Roma. Lo ringraziava per essergli stato vicino e gli mandava un’infinità di baci

 

e molti cuori disegnati che indicavano il suo affetto per l’amico. Roberto condivise la sua soddisfazione e le disse che al suo ritorno le avrebbe fatto visita.

Trascorsi così i giorni della convalescenza in ospedale Gabriella poté tornare a casa e immergersi, in attività che la interessavano, come scrivere gli appunti tratti dalla lettura

di un libro professionale, disegnare con la matita e parlare al telefono con le amiche del

cuore.

Un giorno Roberto si presentò a casa di Gabriella nel primo pomeriggio, poco dopo avere pranzato, ci teneva troppo a salutare e ad abbracciare l’amica, la voglia di esternarle tutta la sua tenerezza era di nuovo nella mente. Entrato nella sua stanza trovò l’amica con una camicetta di seta bianca scollata e un colletto ampio che le metteva in risalto il collo e la pelle liscia e bianca. Una vestaglia azzurra la proteggeva da eventuali abbassamenti di temperatura anche se, quel mese di Aprile era mite e per niente freddo. Distesa su una poltrona girevole, davanti alla sua scrivania, accolse Roberto con un sorriso e le braccia aperte. L’amico l’abbracciò sorridendo ed esternando tutto il suo affetto. Quando si scostò da lei vide sul comodino, vicino al letto, un mazzo di fiori variopinti primaverili. «Belli!» esclamò. «Chi te li ha portati?».

«Giacomo. Me li ha inviati, questa mattina, da S. Giorgio. Questa sera dovrebbe venire a trovarmi». Roberto ebbe un moto di indignazione ed esclamò: «Come?! Dopo

tutto  quello  che  ti  ha  fatto  pa-pa-passare…» Balbettava,  confuso.  e,  «on  è  neppure

riuscito a starti vicino in momenti così pe- pesanti per te!».

Ci fu un attimo di silenzio.Poi Gabriella spiegò: «Io in verità ho riflettuto a lungo sul nostro rapporto e ho deciso di raccontargli quello che ho passato in questi mesi e di dirgli che non me la sento più di portare avanti la nostra relazione»

«Fai bene, condivido» disse Roberto convinto.

«Devo anche dirti che ho riflettuto ugualmente su quello che considero un tuo interessamento nei miei confronti. Ti apprezzo lo sai, e ho condiviso il tuo affetto, il tuo

bene verso di me. Per un attimo ti dirò, mi sono sentita felice, bene con me stessa, amata

e desiderata da una persona pulita e non falsa come sei tu. Ma ora, che la mia esperienza con Giacomo volge al termine, non mi sento di iniziarne un’altra, anche se ripeto, ti

stimo e ti voglio bene».

Ora con la luce intensa del sole del primo pomeriggio che filtrava dalle tendine della finestra, Gabriella appariva più bella del solito.

Quelle parole così meditate e reali che l’amica gli aveva rivolto, avevano riattivato in

Roberto vecchie angosce e umiliazioni tremori e insicurezze che pensava fossero sopite per sempre o superate. Ci fu ancora silenzio nella stanza, mentre Roberto rifletteva

osservando i colori del pavimento con la testa inclinata un po’ in avanti. Era quello il

momento di urlare tutte queste angosce, tutti i suoi pensieri negativi per liberarsene? Era il momento delle parolacce, delle bestemmie e delle imprecazioni gridate contro il fato, le persone, sè stesso? Forse era il tempo di andare avanti, finire la strada intrapresa, gli impegni, i titoli o le carte che occorrevano per entrare nel mondo del lavoro e liberarsi di tutto, fare esperienze, emanciparsi dagli affetti materni e dai sentimenti di amore che dirigevano il suo comportamento fin dall’-adolescenza e che lo rendevano insicuro, fragile e attento ai giudizi degli altri. Per un attimo intravide dentro di sé la soluzione a questo blocco e intuì che per rinascere doveva morire, come nei miti, nelle storie sacre. La morte annulla ogni cosa, così dopo si può iniziarne un’altra, da principio. Ciò che

 

doveva seppellire erano proprio gli affetti, che sentiva come un legame e che non lo facevano crescere, non lo lasciavano andare.

Non sapeva chi gliele avesse dette, ma gli ritornarono in mente delle parole che ora trovava giuste e in sintonia con il proprio animo. «Vai per la tua strada». Una frase che

gli dava una sensazione di avanzamento e non di regressione, una strada che comunque

sia portava da qualche parte, verso un’uscita che gli avrebbe dato una realtà più accettabile meno angosciosa di quella che viveva.

Vai per la tua strada, si ripeté nel silenzio della mente.

Quasi di colpo alzò la testa e rispose a Gabriella: «Capisco profondamente quello che provi e le conclusioni a cui sei giunta. Che posso fare? Accettare sicuramente la tua

decisione» disse in tono calmo e riflessivo. «La decisione se confermare o scegliere un

nuovo partner non è il momento di prenderla, soprattutto dopo l’operazione che hai subìto». Gabriella emise un lungo sospiro, come se si fosse liberata di qualcosa che

temeva potesse procurargli altro dolore, altro cattivo umore. Di nuovo l’amico l’aveva

capita! Si strinsero la mano pienamente e si abbracciarono forte baciandosi sulle guance.

«Quando starai meglio e ti sarai rimessa telefonami, organizzeremo qualcosa insieme agli altri amici». «Certo» rispose Gabriella sorridendo e accompagnando Roberto alla

porta.

Qualche giorno dopo, Roberto ricevette una telefonata di Gabriella che lo metteva al corrente  di  aver  ripreso  il  lavoro  e  di  aver  lasciato  definitivamente  Giacomo.  Lo

ringraziava sempre di essergli stato vicino, di averla «capita e ascoltata» e di avergli fatto comprendere che potevano esistere altri uomini, capaci di donare più affetto di quanto lei avesse ricevuto da quel rapporto asfissiante.

Roberto la salutò con poche parole, la testa già rivolta altrove. Era troppo impegnato a riempire scatole di cartone con libri ed effetti personali che avrebbe portato in un nuovo

appartamento, dopo aver deciso di andare per la sua strada.

 

 

 

Marcello Pellegrini è molto attento alle dinamiche comportamentali dei personaggi, inseriti in un continuo gioco di azioni e reazioni, quasi intrappolati in schemi prestabiliti che però tentano di rompere. Il peso dell’amore è anche il tentativo di sfuggire a una forza di gravità che impedisce di volare al di sopra del proprio vissuto e di essere padroni di sé. I due protagonisti, Gabriella e Roberto, non rispondono a logiche narrative stereotipate, ma riescono comunque a trovare la loro strada.